TRENTATREESIMA NOTTE

Verso sera il re raggiunse la torre. La pioggia scendeva violenta; il re e Masoud salirono nudi sulla terrazza e lasciarono che l’acqua scorresse sui loro corpi. Il re abbracciò Masoud ed essi si baciarono e si strinsero e le loro mani scorsero sui loro corpi. Il desiderio ardeva violento in entrambi e il re si inginocchiò davanti a Masoud. Guardò il membro vigoroso, eretto, e, cedendo a un impulso, lo prese in bocca. Mai aveva accarezzato tra le labbra la virilità di un uomo, considerando indegno di un re cedere a un simile desiderio, ma il suo corpo fu più forte della sua volontà. A lungo le labbra e la lingua del re solleticarono il gagliardo membro del guerriero, finché questi non avvertì il re che il piacere non poteva più essere contenuto. Allora la bocca del re lasciò la sua preda, ma la sua mano strinse con forza e il piacere travolse Masoud.

Masoud era turbato e anche il re lo era. Masoud si mise in ginocchio davanti al re e le sue labbra portarono il sovrano al piacere. Masoud bevve il seme regale.

Poi rimasero sulla terrazza sotto la pioggia, baciandosi e accarezzandosi. Infine si misero sotto la tettoia, si asciugarono, bevvero a mangiarono. Dopo una notte di sonno, Masoud riprese la storia.

 

Il soldato corse dal re, che si trovava poco lontano, sul dorso dell’elefante che lo aveva condotto lì. Il re infatti aveva deciso di recarsi in visita dal figlio nella residenza di caccia e il messaggero che era stato inviato a lui per avvisarlo del rapimento del giovane lo aveva trovato per strada. Il re viaggiava con numerosi armati e nella notte aveva assalito l’accampamento dei briganti, scoprendo che Haarith era già stato ucciso e Munthir era scomparso. 

Il re disse a colui che conduceva l’elefante di dirigersi rapidamente al fiume e sorprese Shihab e Munthir mentre ancora erano allacciati, dopo aver conosciuto entrambi i piaceri dell’amore.

Il re si sdegnò e disse, furente:

- Che cosa vedo? Meritate la morte.

Shihab sussurrò a Munthir:

- Non mi smentire. È inutile morire in due.

Poi si rivolse al re e disse:

- Merito davvero di morire, poiché ho preso con la forza il giovane principe. Ma egli è innocente. Ha cercato di sottrarsi, ma io gli ho imposto il mio volere.

- Che infamia hai osato commettere! Per questo ti attende la più terribile delle morti.

Il re diede ordine che Shihab venisse arrestato. Le guardie legarono le mani di Shihab dietro la schiena e lo portarono in città, dove fu rinchiuso in una cella.

 

 

Il re mandò quattro guardie, che lo spogliarono e lo fustigarono, finché Shihab non perse i sensi. Essi versarono sale sulle sue ferite e quando riprese i sensi lo fustigarono nuovamente e fecero acqua su di lui. Quando ebbero finito, essi se ne andarono, lasciandolo a terra, incapace di muoversi. Uno di loro gli disse:

- Il re ha ordinato che venti schiavi ti stuprino. Poi domani mattina verrai impalato e castrato.

I soldati se ne andarono e gli schiavi entrarono. Shihab non era mai stato posseduto e il pensiero che a prenderlo fossero degli schiavi lo turbò, ma dopo la fustigazione non aveva le forze per opporsi e anche se non fosse stato indebolito dai colpi, come avrebbe potuto difendersi da venti maschi?

Uno dopo l’altro essi presero Shihab, ingiuriandolo e umiliandolo, e infine lo lasciarono privo di sensi e sanguinante sul pavimento della cella.

Più tardi, verso sera, nella cella entrò un uomo che gli porse una boccetta e disse:

- Shihab, il principe ti manda questo veleno, perché tu possa sfuggire al supplizio.

Shihab prese il flacone che l’uomo gli porgeva.

- Ringrazia il principe per la sua generosità.

L’uomo uscì e senza esitare Shihab bevve il contenuto della bottiglietta: aveva un gusto amaro come la morte che gli portava. Shihab sentì un dolore violento e le gambe gli cedettero. Cadde a terra e lentamente il freddo lo invase, salendo dai piedi lungo le gambe, al ventre e infine al petto. Shihab tremava, un sudore gelido scorreva sulla sua pelle ed egli non riusciva a controllare il movimento delle gambe e delle braccia. Perse il controllo della vescica. Quando infine il freddo raggiunse il cuore, esso smise di battere e Shihab giacque a terra, immobile.

Il guardiano entrò nella cella, dove Shihab giaceva steso al suolo, senza vita. Si avvicinò stupito, vide la bottiglietta e salì a riferire al capo delle guardie:

- Il prigioniero è morto. Egli aveva con sé un veleno, che ha bevuto per sottrarsi al supplizio.

- Avviserò il re. Occupati tu della sepoltura.

Il corpo di Shihab venne portato sul tavolo del lavatore di cadaveri, che incominciò a pulirlo secondo il rituale. Il corpo era ancora caldo e l’uomo che lo puliva ne osservò la forza e la bellezza. Tra sé e sé si disse:

- Questo valoroso guerriero è stato condannato a morte per aver violato il giovane principe. Il re lo ha fatto violare dai suoi schiavi: è stata una giusta punizione. Certo egli ha un bel corpo.

Il desiderio prese il lavatore e questi pensò di possedere Shihab: si stese su di lui e lo prese, poi completò il suo lavoro. Aveva appena finito di pulire il corpo e si preparava ad avvolgerlo in strisce di tessuto per la sepoltura, quando entrò una delle guardie.

- Il principe non vuole che quest’uomo venga sepolto. Ha deciso che il corpo venga abbandonato agli animali selvatici e mi ha incaricato di ritirarlo e lasciarlo nel deserto.

Il lavatore di cadaveri non poteva certo opporsi: si inchinò e la guardia, aiutata da altri due soldati, portò via il corpo e lo mise su un carretto. Il conducente partì e si diresse verso il deserto. Viaggiò tutto il giorno, attraversando il deserto, finché raggiunse il confine orientale del regno. Qui si fermò presso una capanna. Sollevò il corpo e lo portò dentro. Lo attendeva un uomo anziano che gli indicò una stuoia: egli era il vecchio della Montagna dalle Sette Cime.

Il carrettiere posò il corpo e se ne andò. Il vecchio prese un unguento e incominciò a passarlo sul corpo del morto, all’altezza dello stomaco. Dopo un po’, il corpo ebbe un sussulto. L’uomo allora voltò il corpo e mise un catino sotto la testa di Shihab, dalla cui bocca uscì un liquido nero.

Il vecchio voltò nuovamente Shihab, mettendolo sulla schiena, e gli versò in bocca, lentamente, una bevanda rossa come il fuoco, contenuta in una coppa.

Shihab aprì gli occhi. Il suo corpo ardeva e nello stesso tempo era percorso da brividi.

- È questo l’inferno in cui sconterò i miei peccati?

- Shihab, non sei né in inferno, né in paradiso. Il veleno ti ha dato la morte, ma perché io potessi riportarti in vita. Rimani disteso e lascia che io curi le tue ferite.

Shihab annuì e lasciò che l’uomo cospargesse la sua pelle di un unguento e gli desse ancora da bere. I dolori si attenuarono e Shihab scivolò nel sonno.

Per tre giorni Shihab rimase nella capanna, troppo debole per riuscire a muoversi. Gli unguenti guarirono le sue ferite e il quarto giorno Shihab poté alzarsi.

Il vecchio gli disse:

- Shihab, non puoi rimanere nel regno, dove molti ti conoscono. Devi andartene lontano. Eri un grande guerriero e signore di terre, ma il tuo castello ti è stato tolto e i tuoi beni sono stati assegnati ad altri. Ormai dovrai guadagnarti il pane con le tue braccia.

- Così farò. Addio, padre. Ti sarò sempre grato per ciò che hai fatto per me.

- Non mi dire addio, Shihab. Ci rivedremo. Ho letto nelle pagine del libro del tuo destino.

 

Il re avrebbe volentieri ascoltato il seguito della storia, ma il suono del gong gli ricordò che era giunta l’ora di andare, per cui si accomiatò da Masoud e uscì, apponendo il suo sigillo sulla porta della stanza.

 

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