Monsieur Labrot

 

 

 So di essere stato incredibilmente fortunato. Ancora oggi, a oltre cinquant'anni di distanza, non mi capacito di aver trovato l'amore così giovane: incontrare la persona giusta non è facile neppure oggi per un etero, figuriamoci cinquant'anni fa per un gay, in un Paese in cui gli omosessuali erano invisibili e al massimo si parlava di “invertiti” in riferimento a qualche caso di cronaca nera, un paese in cui nessuno sembrava essere gay. Oltre tutto io ero tanto imbranato quanto ignorante per tutto quello che riguardava il sesso. E se penso a come andò tutta la faccenda, mi dico che davvero la dea bendata mi baciò in fronte.

La mia vita sessuale era limitata a fantasie erotiche e seghe solitarie e gli unici uomini nudi che avevo avuto modo di vedere erano alcuni attori in due film usciti dopo che avevo compiuto diciott'anni (prima non avrei potuto vederli): Oliver Reed e Alan Bates nella scena della lotta in Donne in amore, di Ken Russel; Oliver Tobias, protagonista di Addio fratello crudele di Patroni Griffi, un film in cui si vedeva di schiena anche il bel Fabio Testi. Inseguii Donne in amore e Addio fratello crudele in tutti i cinema di seconda e terza visione (allora esistevano ancora), in cui vennero proiettati, andandoci da solo o con amici diversi, perché non potevo proporre nuovamente il film a quelli con cui l'avevo già visto. Quelle pellicole segnarono il mio immaginario erotico.

 

La svolta nella mia vita avvenne con Henri Labrot, ovvero Monsieur Labrot, il “lettore” di francese. Non so come fosse inquadrato a livello giuridico: come studente non m’interessavo a questi aspetti. Sapevamo che veniva dall’università di Tours e che si sarebbe fermato a Bologna per un anno. Faceva esercitazioni per gli allievi del secondo anno del corso di lingua e letteratura francese: essenzialmente dettati e traduzioni.

Era un uomo sui quaranta, piuttosto alto, di corporatura robusta e un po' di pancia: assomigliava vagamente a Oliver Reed ed era esattamente il tipo di maschio che mi piaceva. A volte guardandolo immaginavo come doveva essere sotto i vestiti. Man mano che l’anno universitario volgeva alla fine e le temperature salivano, anche lui si vestiva in modo più leggero. A fine maggio lo vedemmo arrivare con un camiciotto che lasciava scoperte le braccia, piuttosto villose. I pantaloni leggeri presentavano una protuberanza alquanto promettente.

Io lo guardavo, mi distraevo, ogni tanto commettevo errori idioti e sospiravo. Mi sedevo in prima fila per vederlo meglio e lui finì per notarmi. Credo che si accorgesse della mia muta contemplazione. Ogni tanto chiamava alla lavagna un allievo e toccò anche a me, più di una volta: d’altronde, se stavo in prima fila, era naturale che succedesse. In quelle occasioni cercavo di concentrarmi sul compito che dovevo svolgere e di non lasciarmi distrarre dal leggero odore di sudore che emanava da lui in quei pomeriggi di tarda primavera, ma mi costava una fatica crescente.

Monsieur Labrot finì per diventare una presenza costante nelle mie fantasie serali, quando andavo a letto e prima di addormentarmi alleggerivo la tensione.

Non avrei mai osato farmi avanti: avevo vent’anni, non avevo mai avuto rapporti sessuali e in Italia di omosessualità non si parlava. Un mese prima della fine dei corsi, incrociai Monsieur Labrot in via de’ Poeti. Ci salutammo ed io mi fermai, per cui anche lui non proseguì. Mi chiese se abitavo anch’io da quelle parti. Io stavo in via Castiglione, ma più verso il centro. Glielo dissi. Lui mi spiegò che abitava nella via, a due passi, e che stava tornando a casa. Per un attimo pensai che mi avrebbe invitato: forse, se avessi trovato le parole giuste, se gli avessi chiesto com’era la sua casa, mi avrebbe detto di salire con lui, ma io ero troppo imbarazzato perché mi venisse in mente una frase che potesse servire da aggancio. Lui mi salutò con una formula generica, sul fatto che era contento di avermi incontrato, e se ne andò. Dopo un momento mi voltai a guardare e lo vidi entrare in un portone. Anche lui si voltò dalla mia parte e mi sorrise.

Tornai a casa in uno stato di agitazione tale che mia madre mi chiese se stavo bene. Io stavo benissimo, no, in realtà stavo malissimo per aver sprecato un’occasione, ma ero determinato a recuperare. Passai la serata a elaborare strategie per incontrare di nuovo Monsieur Labrot, per agganciarlo, per farmi invitare a casa sua, per… Su quello che sarebbe successo dopo avevo idee molto confuse.

Dopo lunghissime riflessioni decisi che sarei passato dalla sua via ogni pomeriggio all’ora in cui l’avevo incontrato la prima volta, che gli avrei chiesto qualche cosa della sua casa, mostrandomi deciso e maturo, che gli avrei parlato in francese (perché poi mi fosse venuta in mente questa idea del cazzo, non lo so proprio) e che avrei infilato qualche parolaccia in lingua, come putain o bordel, sempre per mostrarmi deciso e maturo. E dopo che infine la montagna ebbe partorito il topolino, mi dedicai a un incontro ravvicinato con Labrot tra le mie lenzuola. Lui non c’era ma la mia testa riusciva a immaginarlo benissimo e la mia mano destra faceva la sua parte, con l’aiuto della sinistra (di cui in realtà usavo un solo dito, il medio).

Nei giorni seguenti percorsi via de’ Poeti tante di quelle volte che mi chiedo ancora oggi come mai nessuno chiamasse la polizia. La mia geniale strategia diede però i suoi frutti, perché il quarto giorno, mentre ripercorrevo la via forse per la settima o l’ottava volta di quel pomeriggio, incrociai davvero Monsieur Labrot. Mentre mi avvicinavo a lui, il cuore incominciò a correre e quando infine mi fermai e lo salutai, feci fatica a trovare le parole. Lui sorrideva e credo che in quel sorriso ci fosse la certezza che il nostro incontro non era casuale.

Riuscii a dire (in francese, come mi ero ripromesso) la frase che avevo ripetuto molte volte:

- Ci troviamo di nuovo, professore.

- Io abito qui, lei evidentemente passa spesso da queste parti.

- Eh, sì.

A quel punto ero già con il serbatoio vuoto e in debito di ossigeno.

Fu lui a prendere l’iniziativa:

- Vuole salire a bere un bicchiere? Così scambiamo due chiacchiere.

Risposi con un “Bordel!” che ovviamente era del tutto fuori posto e aggiunsi che salivo molto volentieri. 

Lui sembrò non far caso all’esclamazione e mi fece strada. Salimmo al secondo piano, mentre io ero di nuovo in affanno, aprì la porta e mi fece entrare. Era un bilocale e l’arredamento era quello impersonale degli appartamenti affittati ammobiliati. Mi invitò a sedermi nel salottino e io sprofondai su una poltrona, mentre cercavo disperatamente qualche cosa da dire.

- Posso offrirle da bere? Un calice di bianco, un succo di frutta?

Mi dissi che scegliendo il vino avrei dato l’impressione di essere più adulto, per cui risposi:

- Un calice di bianco, sì, ma solo due dita. Lontano dai pasti preferisco non bere troppo.

- Senz’altro. Ha ragione.

Scomparve nel cucinino da cui emerse con una bottiglia e due bicchieri. Io stavo ancora cercando qualche cosa da dire, ma per fortuna lui mi venne in aiuto, ponendo una domanda:

- Come mai ha deciso di studiare francese?

- Mi piacciono molto le lingue. Il francese è una lingua bellissima. Molto armoniosa.

- Pensa di insegnare dopo la laurea? O di diventare interprete? O magari traduttore?

Non avevo nessuna idea precisa. Avevo scelto la facoltà perché mi piacevano le lingue, al futuro avrei pensato in seguito. Temevo però di fare una cattiva impressione, per cui improvvisai:

- Diventare traduttore mi piacerebbe. Tradurre grandi classici. E romanzi contemporanei. Dev’essere stimolante.

- Ha in mente qualche autore in particolare?

La domanda mi spiazzò.

- No, a questo non ho proprio pensato. Se riuscirò a diventare traduttore, mi proporranno i testi da tradurre, suppongo.

- Legge molta letteratura francese contemporanea?

Alla domanda mi misi immediatamente sulla difensiva: al liceo la nostra insegnante ci aveva fatto leggere diversi classici e all’università richiedevano la lettura di molti scrittori, ma non si trattava quasi mai di autori viventi. Non volevo ammettere di conoscere pochissimo ciò che si scriveva “oltralpe” (un’espressione che la nostra insegnante al liceo amava usare, quelle poche volte che non parlava in francese).

- Un po’. Ma adesso abbiamo molto da leggere per l’esame. E siamo su Molière, Racine, la Fayette e così via. Ma non devo dirlo a lei.

- No, lo so benissimo. È un peccato che qui si dia così poco spazio alla letteratura contemporanea.

E su questa frase calò il silenzio. Io presi il bicchiere e bevvi, sorseggiando, per ritardare il più possibile il momento in cui sarebbe stato necessario riprendere la conversazione.

Anche questa volta Labrot mi venne in aiuto.

- Io mi scuso, ma sono tutto sudato e devo farmi una doccia. Quando ho scelto Bologna, non sospettavo che all’arrivo dell’estate la città diventasse un forno. Le spiace?

Avrei voluto chiedergli se aveva bisogno di una mano per spogliarsi, insaponarsi la schiena, asciugarsi, ma non potevo. Mi rendevo conto che sarei dovuto andarmene, anche se non ne avevo nessuna intenzione (ora che lui si sarebbe spogliato!), per cui dissi, a malincuore, sperando in una risposta negativa:

- No… no… io vado, non voglio disturbare.

- Ma no, nessun disturbo. Mi faccio la doccia e torno subito. Magari lei guarda qualche libro. Se trova un libro che le interessa, glielo presto volentieri.

Con un gesto m’indicò lo scaffale di libri e scomparve in bagno, senza darmi il tempo di replicare. Meno male: ero ormai del tutto nel pallone. Oltra la porta del bagno, Labrot si stava spogliando, magari era giù nudo. Avrei voluto aprire la porta, ma che scusa avrei potuto trovare? Dire che avevo un urgente bisogno di pisciare, sarebbe stato ridicolo e mi avrebbe fatto apparire un bambino piccolo o un satiro sfrontato. Guardai verso la porta e mi accorsi che non era chiusa, ma solo accostata. Labrot aveva lasciato uno spiraglio. Mi dissi che non dovevo avvicinarmi, poi, con un movimento rapidissimo, andai allo scaffale dei libri, ne presi uno a caso, senza nemmeno guardare il titolo, e ritornai facendo un giro per la stanza, la testa china sul libro. Quando però fui vicino alla porta del bagno, lanciai un’occhiata. Labrot stava entrando nella cabina doccia, nudo. Non guardava dalla mia parte ed io rimasi lì a contemplarlo, sapendo che se mi avesse sorpreso a spiarlo sarei morto dalla vergogna. Ma come non guardare quest’uomo robusto, le braccia forti, la pelle scurita dal sole (credo che prendesse il sole sul balconcino), la peluria sulle braccia, le gambe e il culo? Nella doccia, dopo aver aperto l’acqua, Labrot si voltò ed io potei vederlo di profilo: il ventre sporgente, sotto cui si protendeva un magnifico cazzo. 

Labrot incominciò a lavarsi, strofinandosi energicamente. Io lo fissavo, incapace di distogliere lo sguardo. Infine lui girò il rubinetto e l’acqua smise di scendere. Riuscii a riscuotermi e andai rapidamente a sedermi. Guardai il libro che avevo in mano. Un barrage contro le Pacifique. Marguerite Duras. Conoscevo di nome l’autrice, di cui non avevo mai letto niente.

Labrot uscì dal bagno. Si era messo l’accappatoio. Sorrideva. Disse:

- Adesso sto meglio.

L’accappatoio lasciava scoperte le gambe dal ginocchio in giù e una parte del petto. Lo guardai e annuii, incapace di parlare.

 Lui proseguì, in italiano:

- Che ne diresti di fare la doccia anche tu?

Avvertii il cambio di lingua e il passaggio al tu, ma ero troppo frastornato per replicare. Lo guardai, imbambolato. Lui sorrise, mi prese il libro dalle mani e proseguì:

- Lascia perdere la Duras e fatti una doccia, che poi abbiamo di meglio da fare.

Annuii, confuso. Le parole erano state chiarissime: Labrot aveva colto il mio desiderio (non che ci volesse molto) ed era disponibile. Avrei dovuto essere felice e senza dubbio una parte di me esultava, ma ero anche spaventato. Ora che stava per succedere quello che avevo sognato, avevo paura. Di che cosa? Non avrei saputo dirlo.

- Dai.

Annuii di nuovo e questa volta mi alzai e andai in bagno. Mi spogliai in fretta e mi misi sotto la doccia: ne avevo bisogno perché l’avanti e indietro in via de’ Poeti mi aveva fatto sudare alquanto.

Labrot entrò nel bagno con un telo di spugna, che posò sulla lavatrice. Aveva l’accappatoio aperto e potei di nuovo vedergli il cazzo, questa volta molto bene. Mi sorrise e mi guardò, poi uscì.

Chiusi l’acqua, uscii dalla doccia, presi il telo e mi asciugai. Labrot rientrò, mi guardò, sorrise e disse.

- Dai, andiamo in camera.

Posai l’asciugamano e lo seguii, cercando di controllare l’agitazione. Mi dicevo che stava per succedere, che avrei scopato con un uomo, con un bell’esemplare di maschio, come avevo sempre desiderato, ma mi rendevo conto di avere paura.

Entrando in camera registrai mentalmente che c’era un letto grande, ma non matrimoniale (a una piazza e mezzo diremmo oggi, ma allora era un formato poco diffuso). Labrot si tolse l’asciugamano e lo gettò su una sedia, poi si voltò verso di me e mi sorrise. Si avvicinò, mi mise le mani sui fianchi, mi sollevò e mi portò fino al letto, su cui mi distese. Poi salì anche lui sul letto, sedendosi sulle mie cosce, e incominciò ad accarezzarmi. Le mie poche esperienze con coetanei erano state limitate a sporadici episodi di masturbazione, in comune o, in due soli casi, reciproca. Sentire quelle mani forti ed esperte sul viso, sul petto e sul ventre, mi trasmetteva sensazioni fortissime e vedere questo bel maschio su di me, guardare il suo cazzo che s’irrigidiva e cresceva… era bellissimo. Il mio corpo reagì immediatamente e il cazzo si tese allo spasimo, ma Labrot non aveva fretta. Dopo avermi accarezzato a lungo, mi voltò sulla pancia e prese ad accarezzarmi il collo, la schiena e il culo. Io gemevo di piacere.

Più volte due dita corsero lungo il solco tra le natiche, stuzzicando il buco del culo. Anche quello era piacevole. A un certo punto mi resi conto che aveva inumidito le dita e stava spargendo un po’ di saliva intorno all’apertura. Mi sentii improvvisamente a disagio e quando Labrot m’infilò lentamente un dito ben dentro il culo mi sembrò che mi mancasse il fiato. Tra coetanei si parlava molto di sesso, ci si mandava reciprocamente a fare in culo e si facevano battute sulle pratiche dei “finocchi”. Sapevo benissimo che i rapporti anali erano una pratica abituale tra i gay (termine che in Italia non circolava ancora) e pensavo che magari prima o poi avrei provato, ma in quel momento, quando stava davvero per succedere, la paura fu più forte di tutto. Non riuscii a parlare. Quando Labrot tolse il dito, provai sollievo, ma lui si alzò, scese dal letto, mi afferrò i fianchi e mi tirò indietro, così che mi ritrovai con le gambe fuori dal letto e le ginocchia a terra. Capii che stava per succedere e riuscii a dire:

- No, no.

Lui rise.

- Piantala, troietta!

Labrot si stese su di me e mi morse una spalla, mentre una mano mi tappava la bocca e il suo cazzo forzava l’apertura. Mi dibattei, ma era del tutto inutile: lui pesava su di me ed era più forte. Provai dolore, per quanto l’ingresso avvenisse lentamente. Cercai di resistere, ma era inutile. Chiusi gli occhi, annichilito.

Labrot spinse fino in fondo e, non avvertendo più nessuna resistenza, tolse la mano che teneva davanti alla mia bocca e incominciò la sua cavalcata.

Io rimasi del tutto inerte. Non provavo piacere, nessuno. Il dolore al culo era forte, anche se non terribile, e la sensazione di questo elemento estraneo che dilatava il retto era fastidiosa. Incominciai a piangere, in silenzio, vergognandomi delle mie lacrime.

Labrot andò avanti a lungo, molto a lungo. Ogni tanto le sue mani scorrevano lungo il mio corpo, ma il dolore e l’umiliazione erano troppo forti per lasciare spazio ad altre sensazioni. Aspettavo solo che finisse: desideravo andarmene lontano da quella camera, da quell’appartamento, dall’uomo che mi fotteva con grande energia.

Infine Labrot venne. Sentii la scarica in culo e pensai che almeno era finita. Labrot si lasciò andare su di me, poi si alzò e andò a lavarsi. Mi alzai, asciugandomi il viso: non volevo che vedesse i segni delle lacrime. Se i miei vestiti fossero stati nella camera, li avrei indossati e sarei scappato via, per non rivederlo, ma li avevo lasciati in bagno.

Labrot tornò, in accappatoio. Mi guardò in faccia, aggrottò la fronte e chiese:

- Tutto bene?

Annuii senza dire nulla e mi diressi in bagno. Sentii il bisogno di espellere il seme che avevo nel retto e lo feci, poi mi diedi una rapida lavata alla faccia e al culo e mi rivestii in fretta.

Labrot era seduto nel salotto. Ripeté la domanda:

- Tutto bene? Sembri un po’ scosso.

Feci un cenno di diniego con la testa e dissi, cercando di controllare la voce:

- Adesso devo andare. Arrivederci.

Non aspettai che si alzasse, che mi aprisse la porta. Uscii e scesi rapidamente le scale, cercando di ignorare il dolore al culo, che il movimento aumentava.

Giunto in strada mi diressi verso casa, cercando di non zoppicare. Mi rifiutavo di pensare a quello che era successo. Ci avrei pensato a casa.

Per fortuna i miei genitori non c’erano, così potei rifugiarmi in camera. Mi sedetti alla scrivania e aprii il manuale di letteratura: non intendevo certo mettermi a studiare (non ci sarei riuscito), ma era l’unico modo per essere sicuro che mia madre arrivando non mi disturbasse. Se mi vedeva intento a studiare, si limitava a un rapido saluto.

Cercai di riflettere a quello che era successo. Oggi non faccio fatica a definirlo: avevo subito uno stupro, che io stesso avevo contribuito a provocare, inducendo Labrot a invitarmi a casa sua e dimostrandomi ben contento di avere un rapporto con lui. Quando si era concretizzato ciò che nella mia testa aveva contorni molto vaghi, la paura era stata più forte di tutto. Labrot aveva ignorato la mia resistenza. Mi dissi che forse aveva pensato che non fosse sincera, che facessi solo un po’ di scena o che, più probabilmente, aveva intuito che avevo davvero paura, che avevo cambiato idea e aveva deciso che non aveva importanza, che era più semplice prendermi a forza piuttosto che cercare di convincermi.

Allora, cinquant’anni fa, lessi quello che era successo come la naturale conseguenza del mio comportamento e mi diedi interamente una colpa che avevo solo in parte.

 

Mancava meno di un mese alla fine del corso. Non mi presentati alle esercitazioni di francese di quella settimana. Mi dissi che avrei potuto saltarle tutte, tanto ormai si trattava di poche ore.

Alle lezioni andavo sempre con Marco, che era stato mio compagno di liceo, e con Federico, che veniva da Piacenza e avevo conosciuto solo l’anno precedente. Con Marco un rapporto di amicizia esisteva da tempo e con Federico era nato alla fine del primo anno e si stava consolidando. Entrambi si stupirono di vedermi alle altre lezioni e non alle esercitazioni. Mi chiesero come mai le avevo saltate già due volte. Inventai una scusa e decisi che era meglio riprendere a frequentare regolarmente. Perciò mi presentai alle esercitazioni successive, ma mi misi sempre nei banchi in alto, più lontano dalla cattedra, ed evitai di intervenire. Marco e Federico non capivano il mio comportamento, ma io non avevo nessuna spiegazione plausibile da dare. Inventai che non volevo rischiare di essere chiamato alla lavagna. Non aveva molto senso, perché non avevo mai avuto problemi, ma non mi venne in mente nient'altro.

Quando ripresi a frequentare, ero in tensione. Mi chiedevo se Labrot avrebbe cercato di parlarmi, se mi avrebbe chiesto spiegazioni, se si sarebbe scusato, ma lui mi ignorò completamente.

Da una parte ero sollevato all’idea di non dovermi confrontare con lui, ma in qualche modo mi spiaceva. Il rapporto era stato doloroso, ma la parte precedente, quando lui mi aveva accarezzato, era stata splendida.

Fortunatamente dovevamo sostenere l’esame con il titolare del corso e non con il lettore, per cui potevo affrontare la prova senza trovarmelo davanti. Superai lo scritto e l’orale con il massimo dei voti.

Due giorni dopo, quando tornai a casa dopo una breve uscita pomeridiana, la vicina mi diede un pacco che aveva ritirato. C’era il mio nome, ma non c’era un mittente. Non capivo chi potesse avermelo mandato.

In camera aprii il pacco. All’interno c’era solo un libro, Querelle de Brest, di Jean Genet. Titolo e autore non mi dicevano niente: Genet non era un autore trattato a scuola e il film che avrebbe poi reso famoso il libro non era ancora stato girato. Il libro era in francese e pensai subito a Labrot. Cercai una dedica o un foglio di accompagnamento, ma c’era solo un segnalibro rosso, che non aveva scritte.

Andai dalla vicina e le chiesi chi aveva portato il pacco. Mi disse che era stato un fattorino. Dalla descrizione che ne fece, su mia richiesta, esclusi che si potesse trattare di Labrot.

Tornato a casa, sfogliai ancora il romanzo e, rivedendo il segnalibro, pensai che potesse essere stato messo non a caso, ma per indicare un passaggio del libro.

Nella scena che mi misi a leggere i personaggi erano due: un marinaio, Querelle, e Norbert (Nono), il proprietario di un locale che funzionava anche come bordello. La scena che incominciava alla pagina segnata era quella in cui Querelle imbroglia ai dadi per perdere e farsi inculare da Nono. I due hanno un rapporto, durante il quale anche Querelle viene, benché per lui sia la prima volta e Nono certamente non si preoccupi di portarlo al piacere.

Io non avevo mai avuto modo di leggere scene di sesso gay, che certamente non si trovavano nei romanzi acquistabili in libreria: Internet non c’era ancora e non avrei saputo dove procurarmi libri o giornali di quel genere, posto che da noi ce ne fossero. La lettura mi eccitò, ma suscitò anche tutta una serie d’interrogativi. Chi mi aveva regalato quel libro? Perché me l’aveva regalato? E ora che l’avevo letto, che cosa avrei fatto?

Alla prima domanda mi era abbastanza facile dare una risposta: il libro doveva essere un regalo di Labrot, che aveva preferito consegnarlo a un fattorino e non scrivere il suo nome come mittente, per prudenza. Era sensato: se si fosse saputo che un insegnante regalava un libro come quello a un allievo, sarebbe stato un problema per lui. Oltretutto io ero ancora minorenne: allora la maggiore età era ancora a ventuno anni ed io ne avevo venti.

Alla seconda domanda non ero in grado di dare una risposta. Era un modo di scusarsi per come si era comportato? Oppure era un tentativo di riallacciare i rapporti? O era soltanto un invito a riflettere sull’esperienza vissuta? Non potevo saperlo.

L’ultima domanda era la più difficile, un po’ perché quello che potevo fare dipendeva anche dalla risposta alla domanda precedente, un po’ perché avevo le idee molto confuse.

Non avevo impegni quella sera e mi misi a leggere il libro, incominciando dall’inizio. C’erano diversi termini che non conoscevo, soprattutto espressioni colloquiali che apparivano nei dialoghi, ma nell’insieme ero in grado di seguire la storia senza grandi difficoltà. Non c’erano altre scene esplicite come quella che avevo letto per prima, ma l’effetto che provocò la lettura fu ugualmente forte. Spensi la luce nel cuore della notte.

L’indomani cercai di studiare per l’esame che dovevo dare due giorni dopo: avevo preparato Lingua e letteratura francese insieme a Filologia romanza. Facevo difficoltà a concentrarmi, perché il pensiero tornava spesso al libro e a Labrot. Decisi che avrei pensato alla faccenda dopo aver dato l’esame e questo rinvio mi tranquillizzò. In qualche modo riuscii ad accantonare provvisoriamente la questione.

Il venerdì avevo l’esame nel pomeriggio. Alle cinque finii. Mentre varcavo il portone dell’università, pensai che qualche volta mi era capitato di vedere Labrot uscire a quell’ora. Mi fermai. Avevo in testa un’enorme confusione, ma oggi mi dico che il mio cervello doveva essere arrivato a una decisione nei giorni precedenti, mentre io mi concentravo sull’esame. Mi fermai a poca distanza dall’università e attesi. Labrot uscì ed io mi avvicinai, ignorando la paura che provavo. Gli dissi, in italiano:

- La ringrazio per il libro. Credo che me l’abbia regalato lei.

Lui sorrise. Non confermò, ma chiese:

- L’hai letto?

- Sì, certo.

- Ti è piaciuto?

- In parte.

- Vuoi venire da me, così ne parliamo con calma?

Il significato di quell’invito era ovvio. Risposi, senza esitare:

- Sì.

Più volte mi sono chiesto perché accettai di tornare a casa sua, di avere nuovamente un rapporto con lui, quando il primo era stato disastroso. Credo che la risposta sia semplice: Labrot mi appariva come l’unica possibilità di venire incontro ai miei desideri, di sperimentare il contatto con il corpo di un altro maschio. La prima parte del rapporto che avevo avuto con lui era stata un’esperienza bellissima, una delle più intense della mia vita. Ciò che era seguito era stato doloroso e umiliante, ma intuivo che sarebbe potuto essere diverso.

Ci avviammo. Qualcuno poteva vederci: eravamo davanti all’università. Non me ne preoccupai: non avevo mai sentito insinuazioni su Labrot, per cui era difficile che qualcuno sospettasse la verità. Ora che avevo dato l’esame non avrebbero neanche potuto accusarmi di piaggeria se chiacchieravo con il lettore di francese: oltretutto Labrot stava per partire e l'anno seguente non ci sarebbe stato.

In realtà qualcuno mi vide e questo ebbe conseguenze che non avevo previsto.

 

Io ero agitato e mentre camminavamo mi dicevo che non avrei dovuto aspettare Labrot, che avrei fatto meglio ad andarmene. Avevo voglia di scappare, di inventare qualche scusa per allontanarmi e nello stesso tempo volevo avere nuovamente un rapporto, sperando che l'esperienza fosse migliore della volta precedente. Mi sembrava che fosse l'ultima occasione per me. L'idea era ridicola, perché avevo vent'anni, ma, come tanti gay di quegli anni in Italia, mi sembrava di essere il solo a desiderare altri uomini e non avrei saputo dove cercare un'altra possibilità di incontro. 

Salimmo nell'appartamento. Mi aspettavo che Labrot passasse direttamente in camera, invece m’invitò a sedere. Si sedette anche lui, sulla poltrona davanti a me. Pensai che volesse davvero discutere del libro, ma non era così. Mi chiese:

- Era la prima volta, vero?

Non mi aspettavo la domanda. Mi vergognavo un po' ad ammettere la mia totale mancanza di esperienza, ma lui aveva capito e mi sembrava assurdo negare.

Annuii, mentre mormoravo:

- Sì.

Abbassai lo sguardo.

- L'ho pensato, dopo. Sul momento mi sembrava che facessi solo un po' di scena.

Non dissi nulla e lui continuò:

- Quando ti ho visto dopo che sono andato a lavarmi, ho capito che eri molto scosso e mi sono reso conto di essere stato un po' brusco. Mi è dispiaciuto. Mi piace una certa brutalità in un rapporto, ma in certi casi non va bene.

Ci fu di nuovo un momento di silenzio. Mi resi conto che si aspettava una risposta da parte mia. Mi feci forza e dissi:

- Io... lo volevo, ma non... non l'avevo mai fatto... ho avuto paura.

- Certo. E' naturale. Ma mi hai aspettato all'uscita e credo che tu abbia voglia di ripetere l'esperienza, magari in modo un po' meno brusco.

Lo guardai e gli dissi, sinceramente:

- Non lo so.

Lui rise.

- Ne hai voglia, ma hai paura. Non intendo prenderti a forza. Questa volta prometto di fermarmi se me lo chiedi. Va bene così?

- Sì.

- Bene, allora facciamoci una doccia.

Iniziò a spogliarsi nel salottino. Io lo guardavo. Ero più tranquillo e devo dire che vedere il suo corpo forte e villoso emergere dagli abiti era davvero un bello spettacolo. Quando fu nudo si avvicinò a me, mi baciò delicatamente sulla bocca e poi incominciò a spogliarmi. Non ci mise molto: l'estate era arrivata e indossavamo il minimo indispensabile.

Quando fummo entrambi nudi, mi baciò di nuovo e mi disse:

- Dai, nella doccia. Siamo tutti e due sudati.

Mi accompagnò in bagno, pisciò nella tazza e aprì i rubinetti (uno per l'acqua calda e uno per l'acqua fredda: i miscelatori non erano diffusi), fino a che l'acqua ebbe raggiunto la temperatura giusta. Mi fece entrare ed entrò anche lui. In due nella doccia si stava molto stretti, ma in fondo non spiaceva a nessuno dei due. Ci insaponammo e lavammo a vicenda, scambiandoci carezze. Le sue mani percorrevano il mio corpo, accendendo un incendio. Io ero più incerto, ma era bello accarezzargli la schiena, il petto, il cazzo.

A un certo punto pensai che avremmo scopato nella doccia, ma lui si staccò e chiuse i rubinetti. Usciti dalla doccia, lui mi asciugò ed io ricambiai il favore. Eravamo entrambi eccitati.

- Hai voglia di succhiarmelo?

La domanda mi spiazzò. Non l'avevo mai fatto, ovviamente. L'idea mi attraeva e mi ripugnava allo stesso tempo. Lui mi mise le mani sulle spalle e mi guidò a inginocchiarmi. Ora avevo il suo cazzo davanti alla faccia. Lo leccai, passandoci la lingua due o tre volte, poi lui disse:

- Prendilo in bocca.

Obbedii. Mi faceva un po' ribrezzo, ma nello stesso tempo m’incuriosiva. Ero molto impacciato e non credo che lui fosse molto soddisfatto della mia prestazione, anche se il cazzo gli s’irrigidì completamente.

- Andiamo di là.

In camera mi fece stendere sul letto e prese ad accarezzarmi, dal viso al collo, al petto, al ventre, al cazzo, alle gambe. Come la volta precedente, le sue carezze mi tramettevano sensazioni fortissime. Lui andò avanti molto a lungo e a un certo punto capii che sarei venuto. Mi tesi e infine il getto sgorgò.

Lui mi accarezzò ancora, molto delicatamente, il viso e il petto.

Poi mi chiese:

- Te la senti di prendertelo in culo o preferisci farmi venire con le mani o con la bocca?

Non volevo riprovare l'esperienza della volta precedente. Anche l'idea di farlo venire con la bocca non mi piaceva.

- Con le mani.

Lui annuì. Si stese sul letto ed io incominciai ad accarezzarlo come lui aveva fatto con me, finché venne.

Mi guidò a stendermi accanto a lui e rimanemmo così, uno accanto all'altro un buon momento.

Era stata un'esperienza positiva, molto meglio della prima volta. Era quello che avevo sempre desiderato.

Quando infine mi alzai, lui mi disse:

- Sai che parto fra tre giorni, vero? Peccato, non avremo altre occasioni.

Sapevo che stava per partire, ma non che la data fosse così vicina. Pensai che se mi fossi svegliato prima, avremmo potuto scopare molte altre volte.

Ci rivestimmo. Lui mi diede un fugace bacio sulla bocca ed io me ne andai, questa volta appagato.

 

Due giorni dopo ero nuovamente all’università. I corsi erano ormai conclusi, ma dovevo passare gli appunti di Storia del teatro, il primo esame che avevo dato a giugno, a Marco. Con lui era venuto anche Federico.

Passai i miei appunti a Marco e Federico mi chiese se avevo voglia di accompagnarlo alla libreria che vendeva testi francesi, perché voleva cercare qualche libro per l'estate. Io accettai volentieri: mi trovavo bene con lui.

Dopo che fummo usciti dall'università, Federico mi disse:

- Ti ho visto in via de’ Poeti, l’altro ieri. Con Labrot. Sei andato a casa sua, vero?

Mi tesi immediatamente. Avrei volentieri negato, ma era troppo rischioso: la sua non sembrava essere una vera domanda, dava per scontata la risposta. Poteva averci visto entrare nell’androne,

- Sì, ci siamo incontrati uscendo dall’università e ci siamo messi a chiacchierare. Lui sta per partire, torna in Francia... domani, sì, domani.

- È simpatico. Ed è un bell’uomo.

La seconda osservazione mi stupì: mi sembrò fuori posto. Perché Federico diceva che Labrot era un bell’uomo? Oltretutto, Labrot non rispondeva certo ai canoni classici di bellezza maschile, anche se aveva un certo fascino virile.

- Tu dici? Non mi sembra bello.

- No? È un bell’esemplare di maschio. Non è un Apollo, d’accordo, ma io lo trovo attraente.

Non sapevo più come rispondere. Avevo una grande confusione in testa, non ero sicuro del significato delle parole di Federico e temevo di scoprirmi, ma nello stesso tempo mi sembrava che si aprisse uno spiraglio, una possibilità di confidarmi, di confrontarmi.

Federico sorrideva e mi sembrava che il suo fosse un sorriso malizioso. Disse:

- Sono stato anch’io a casa di Labrot.

La frase poteva dire tutto e niente, ma mi mandò completamente nel pallone.

- Anche tu…

Lui sorrise e rispose alla domanda che non avevo formulato:

- Sì, anch’io. In realtà vi ho visti davanti all’università e vi ho seguiti a distanza, per sapere se sareste andati a casa sua.

Non riuscii a replicare.

Federico proseguì, sempre sorridente:

- Che ne diresti di venire da me? Giulio è a Piacenza dai suoi e Luca è a Bellaria per tutta la settimana. Abbiamo la casa a disposizione.

Federico, che veniva da Piacenza, aveva affittato un appartamento con due compagni di studi.

Lo guardai. Annuii.

 

Fu così che, grazie a Monsieur Labrot, scoprii che anche Federico era attratto dai maschi. Lui era più esperto e meno imbranato di me: mi guidò alla scoperta di un mondo che Labrot mi aveva fatto intravedere. In lui trovai un maestro e un compagno di letto, ma con il tempo la nostra amicizia si trasformò in un amore che ci ha accompagnato per tutta la vita.

 

2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Area aperta

Storie

Gallerie

Indice