Fine di uno sceriffo

 

 

È l’ultimo giorno dello sceriffo Abraham Lester, ma lui non lo sospetta. Il suo pessimo umore non è una premonizione della fine: soltanto la conseguenza di un’altra notte di caldo infernale, l’ennesima notte in cui ha dormito troppo poco. Quando si rigira nel letto, si chiede perché è venuto a cacciarsi in questo buco di culo di posto. Non si dà la risposta, anche se la conosce benissimo. Sono molte le cose di cui Abraham è perfettamente cosciente e che evita di ammettere, anche davanti a se stesso.

Guarda la tazza fumante di caffè e pensa che la vita fa schifo. Da tempo ha solo più voglia di concludere, lo sa bene, anche se non se lo dice. Si limita invece a imprecare e a dire ad alta voce, anche se non c’è nessuno:

- Peggio di così non può andare.

Che possa andare peggio, molto peggio, lo scopre verso le due, quando Mac Buntler si presenta in ufficio, portando con sé Bart detto Blackbeard. Mac Buntler è il miglior cacciatore di taglie di tutta l’Arizona, cioè il peggior figlio di puttana in uno stato in cui i figli di puttana sono tanti. Bart Blackbeard è un fuorilegge su cui c’è una discreta taglia. Niente di speciale: in fondo ha ucciso solo tre uomini, uno in circostanze poco chiare e due perché cercavano di catturarlo o ammazzarlo.

- Ti porto un bel regalo, sceriffo.

Abraham annuisce, ma avrebbe voglia di sparare a Mac, a Bart e poi tirarsi un colpo alla tempia.

Mac, un po’ stupito del silenzio dello sceriffo, prosegue:

- Se provvedi a impiccarlo prima di sera, mi godo lo spettacolo e me ne vado. Domani devo essere a Phoenix.

- No, oggi no.

- Perché no? È stato processato e condannato a morte, no?

- Sì, certo, ma… un sacco di gente vorrà assistere. Devo dare a tutti il tempo di arrivare. Lo impicchiamo domani pomeriggio.

Blackbeard assiste impassibile alla conversazione, come se stessero parlando di un altro. Abraham gli lancia un’occhiata e gli sembra di leggere un sorriso ironico sul suo volto. Gli spaccherebbe la faccia volentieri. Mac l’ha menato, Bart ha un segno sullo zigomo destro, un po’ di sangue gli è colato dal naso e anche da un labbro. Ma quel figlio di puttana sorride. Sì, lo stronzo sorride, non è solo un’impressione. Mac ha fatto bene a menarlo. Anche Abraham lo menerebbe volentieri.

Mac alza le spalle.

- Allora fammi il mandato che mi levo dai coglioni subito. Tanto vale che parta oggi stesso. La strada da fare è tanta. Ma fa’ attenzione a non fartelo scappare: sai che è riuscito a svignarsela già una volta, a Bardville.

Abraham annuisce.

Prepara il mandato per la banca, che Mac prende. Il cacciatore di taglie esce e Abraham vorrebbe essere in qualsiasi posto al mondo, ma non nel suo ufficio, con Bart Blackbeard legato con le mani dietro la schiena e un’ecchimosi in faccia. Con fatica Abraham si gira e guarda in faccia Bart, che non sorride più. Almeno questo.

Abraham avanza fino alla cella, che solo le sbarre separano dall’ufficio, apre la porta con la chiave che porta appesa alla cintura e fa un cenno con la testa. Bart entra nella cella, docile. Quando gli passa accanto, Abraham sente il forte odore di sudore, un odore che conosce bene. La camicia è tutta bagnata: lui e Mac devono aver cavalcato diverse ore sotto il sole cocente dell’Arizona.

Quando è dentro, prima che Abraham richiuda la porta, Bart dice:

- Potresti liberarmi le mani, Abe?

Abraham sussulta. Non vuole che Bart lo chiami così familiarmente, non vuole sentire la sua voce, non vuole ricordarsi che Bart esiste, che è in una cella, nella fottutissima cella del suo fottuto ufficio di sceriffo. Non vuole pensare che domani il cadavere di Bart Blackbeard penzolerà dal ramo di un albero e che la gente riderà guardando la macchia bagnata sui suoi pantaloni.

Abraham guarda le mani di Bart. Una corda è stata stretta intorno ai polsi, con tanta forza che la pelle è stata lacerata e un po’ di sangue è colato. Abraham impreca e scioglie la corda, poi esce dalla cella e la richiude, senza guardare Bart che si massaggia i polsi, senza ascoltare il suo fottutissimo “Grazie”.

Daniel Baldstone entra in quel momento. È il più simpatico tra gli aiutanti di Abraham e ha un bel culo, che lo sceriffo gusta quando sente il bisogno di svuotare i coglioni, ma oggi Abraham vorrebbe cancellare anche lui.

- Ho saputo che Buntler ha catturato Blackbeard. Grande!

Ci vuole molta buona volontà per considerare il grugnito di Abraham una risposta, ma Daniel non ci bada.

- Facciamo i turni di guardia, questa notte. Questo bastardo è già riuscito a scappare una volta, a Bardville.

Abraham lancia a Daniel Balston un’occhiata che non lascia dubbi. Istintivamente Daniel fa un mezzo passo indietro. La voce dello sceriffo vibra di una rabbia mal contenuta:

- Che cazzo dici? Pensi che non sia in grado di sorvegliare da solo questo stronzo?

Daniel ha colto l’umore dello sceriffo, che già non è dei migliori abitualmente, ma oggi è evidentemente peggiore del solito.

- Certo, sceriffo. Era solo un’idea.

Poi Daniel incomincia a chiedere. Bisogna organizzare l’impiccagione. Non che ci voglia molto: non si sta a montare una forca per un Blackbeard: il ramo di un albero è più che sufficiente, di solito si usa la quercia al margine orientale della cittadina, vicino al negozio del barbiere che fa anche da becchino, subito prima del cimitero. Così è tutto molto più rapido. Bisogna stabilire l’ora, ordinare al becchino di preparare la fossa (della bara si può fare a meno), informare tutti, perché nessuno vorrà perdersi lo spettacolo. Abraham dice sì a tutte le proposte di Daniel. Vuole una sola cosa: che il suo aiutante si tolga dai coglioni il più in fretta possibile.

Appena Daniel esce, Abraham si rende conto che adesso è da solo con Bart ed è l’ultima cosa al mondo che desidera. Perché cazzo Daniel aveva tutta ‘sta fretta di andarsene? Guarda la cella, oltre le sbarre.

Bart sta pisciando nel pitale. Avverte lo sguardo dello sceriffo e volta la testa verso di lui, sorridendo. Abraham non saprebbe dire se in quel sorriso c’è scherno, ma sa che lo prenderebbe volentieri a pugni. Bart scuote bene il cazzo, per far scendere le ultime gocce e Abraham deve farsi forza per distogliere lo sguardo. Nonostante la disperazione che sente crescere dentro di sé e che gli chiude lo stomaco, la vista del cazzo di Bart ha un certo effetto sullo sceriffo. Questo non migliora il suo umore, tutt’altro.

Dopo aver richiuso i pantaloni, Bart si massaggia ancora un po’ i polsi, poi si toglie la camicia e si stende sul pagliericcio, come se fosse in una camera d’albergo. Abraham guarda il corpo che conosce così bene, le cicatrici che ha accarezzato, la peluria fitta tra cui le sue dita si perdevano. Si volta, dando la schiena alla cella. Vorrebbe essere lontano, in un’altra città, in un altro stato. O forse vorrebbe essere morto, sì, sarebbe di gran lunga la cosa migliore.

Abraham si siede alla scrivania e guarda verso la porta d’ingresso, davanti a lui, un po’ a sinistra, cercando di dimenticare la presenza di Bart.

- Puoi darmi da bere, Abe? Ho la gola riarsa. Quel figlio di puttana di Buntler non mi ha dato una goccia d’acqua.

Abraham vorrebbe dire a Bart di tacere, di andare all’inferno, di fottersi. Abraham si alza, prende la bottiglia d’acqua e un bicchiere. Riempie il bicchiere e lo avvicina alle sbarre. Bart si è alzato e sporge il braccio per prenderlo. Beve.

- Avrei preferito whiskey, ma non posso pretendere troppo. Quest’albergo è una topaia, ma costa poco. Posso averne ancora, Abe?

Ogni volta che Bart lo chiama Abe, Abraham vorrebbe strozzarlo, ma non dice niente. Gli versa ancora acqua, altre tre volte. Bart deve avere davvero una sete dannata.

 

Il pomeriggio è un’agonia di varie incombenze, ma il peggio sono i momenti di morta, in cui non c’è nessuno nell’ufficio e non ci sono neanche più scartoffie da guardare o da firmare.

Arriva infine la sera. Abraham chiude l’ufficio e passa sul retro, dove vive. Prepara una cena per due e lo stomaco gli si stringe. Non mangerà un boccone, lo sa.

Porta da mangiare a Bart.

- Stai lontano dalla porta.

Bart sorride e arretra fino ad appoggiarsi alla parete opposta.

Abraham apre la porta e lascia a terra il piatto con il cucchiaio e un bicchiere d’acqua. Esce e richiude la cella. Si mette a tavola, ma non ha voglia di mangiare. Riscalderà il cibo domani. Domani. Domani Bart sarà impiccato. Merda!

Abraham guarda la pistola, che ha posato sul cassettone. Se si tirasse un colpo adesso…

Dopo un po’ Abraham si alza ed entra nell’ufficio. Non accende la luce: il chiarore che viene dal suo appartamento è sufficiente. Fa cenno a Bart di mettersi contro la parete di fondo e apre la cella per ritirare il piatto e il cucchiaio. Non guarda Bart. Non gliene importa niente se gli salterà addosso. Può ammazzarlo, se vuole. Sarebbe la cosa migliore. Merda!

 

Bart non si muove. Rimane appoggiato contro il muro e guarda Abraham. Si chiede chi dei due sta soffrendo di più in quel momento ed è sicuro che sia Abraham, anche se gli sembra di avere l’inferno dentro. E da molto prima che Mac Buntler lo catturasse.

Quando Abraham sta per richiudere la porta, dice:

- Conti davvero di farmi impiccare, Abe?

Abraham alza la testa di scatto e fissa Bart.

- Sei stato condannato a morte in un regolare processo.

- Un regolare processo… Jim Grunewald era un figlio di puttana ed è stato un leale duello.

Non è andata proprio così, ma non è neanche tanto lontano dalla verità.

- E gli altri due?

- Gli altri due erano cacciatori di taglie che volevano ammazzarmi. Mi sono difeso.

- Avresti dovuto far fuori anche Mac Buntler, così non saresti qui adesso.

Parlano di cose senza senso, di cui non importa un cazzo a nessuno dei due, fino a che Bart ripete:

- Vuoi davvero farmi impiccare, Abe?

A Bart pare di vedere un sorriso di scherno sulla faccia di Abraham, ma forse è solo una smorfia di disperazione. Prosegue:

- Non hai nessuna voglia di farlo.

Sa che è così. Abraham non può negare.

- No, non ho nessuna voglia di farlo, ma lo farò. Sono lo sceriffo. Perché cazzo sei venuto da queste parti, in questo buco di culo di posto, a farti prendere e impiccare? Non potevi farti fottere da un’altra parte? Hai sempre detto che l’Arizona era troppo calda per te.

Bart alza le spalle. Conosce la risposta a questa domanda e sospetta che anche Abraham la conosca. Non risponde.

- Conti davvero di farmi impiccare, allora.

- È la terza volta che lo dici. Che cos’altro potrei fare, stronzo?

- Potresti lasciarmi scappare, Abe. Tra due o tre ore, quando tutti dormiranno. Nessuno mi prenderà più.

- Tu sei pazzo, Bart.

- Forse, ma non mi sembra pazzia cercare di non finire impiccato. Lasciami scappare.

C’è un attimo di silenzio, poi Bart aggiunge:

- O scappiamo insieme.

Bart l’ha detto cercando di sorridere, ma il sorriso gli è venuto male e la voce non era ben salda. Trattiene il fiato perché la risposta a quell’invito è più importante di tutto il resto, anche dello spettacolo che domani darà alla popolazione.

Abraham richiude la porta della cella con uno scatto e gira la chiave. Guarda nel buio Bart, in piedi vicino alla parete. Non risponde. Bart china il capo.

Dopo un momento Abraham risponde:

- Sono lo sceriffo. Ho giurato di far rispettare la legge. Non faccio scappare un condannato a morte.

Dell’invito a scappare insieme non dice nulla. Ha scelto di ignorarlo.

- Merda, Abe. Vuoi vedermi scalciare appeso a un ramo? Pisciarmi e cagarmi addosso, mentre la gente ride?

- Non è una mia scelta.

- Sono scappato una volta da una prigione. Posso scappare una seconda. Che cosa ti costa?

- Sono lo sceriffo, Bart. Ho giurato. Non posso tradire il mio giuramento.

- Merda, Abe. Io…

Abraham lo interrompe.

- Basta così, Bart.

Si volta e si allontana.

Bart chiude gli occhi, poi va a stendersi sul pagliericcio. È ancora presto per dormire, ma sa che non dormirà molto, forse non dormirà per nulla. E neanche Abraham dormirà. Abraham, il corpo muscoloso e snello che ha stretto tante volte. Abraham che gli spruzza l’acqua addosso nella pozza ai piedi delle rocce. Abraham che gli si è offerto, lasciandosi prendere quando nessun altro maschio l’aveva mai posseduto. Abraham che si mette docile a quattro zampe, che non nasconde il suo desiderio. Abraham che lo bacia sulla bocca, l’unico uomo che lo abbia mai baciato, l’unico da cui ha accettato di farsi baciare. Abraham che gli succhia il cazzo, senza nessun pudore. Abraham con cui si è rotolato nel fieno. Abraham che incendia il suo corpo. Anche ora! Anche ora! Merda!

Bart impreca e si alza di scatto, furibondo.

Si accorge che Abraham è in piedi davanti alla porta che dall’ufficio conduce al suo appartamento. L’ha sentito imprecare ed è venuto a vedere che cosa succede? O era già lì, divorato dallo stesso dolore che schianta Bart?

- Che cazzo vuoi, Abe?

- Niente. Controllo che il prigioniero non stia cercando di fuggire.

- Ci tieni così tanto a vedermi impiccare, Abe?

- È il mio compito.

- Sempre scrupoloso nell’eseguire i compiti.

- Se mi prendo un impegno, lo rispetto.

C’è un lungo silenzio. Abraham si volta. Nella penombra a Bart sembra di vedere che ha le spalle un po’ curve.

- Che senso ha, Abe?

Abraham si volta, lentamente.

- Che cosa?

- Tutto.

Abraham rimane un momento in silenzio, poi dice:

- Nessuno, credo. Nessun senso.

- E allora, perché non mi lasci scappare? Lasciami scappare. O scappiamo insieme. Siamo stati insieme un anno.

Bart non avrebbe voluto dirlo, ma non è riuscito a non dirlo. Bart vorrebbe aggiungere che quell’anno è stato il più felice della sua vita, l’unico felice della sua vita, che sa di aver fatto una cazzata ad andarsene, che... Vorrebbe dire mille cose che non dirà mai.

Abraham lo fissa e dice:

- Un anno. E poi te ne sei andato.

L’ha detto con una voce neutra.

- Sono stato uno stronzo, lo so, Abe. Io…

Bart vorrebbe spiegare, ma ci sono cose che è difficile spiegare. Ripete, ma la sua voce è spenta:

- Scappiamo insieme, Abe.

- Dovrei diventare un fuorilegge come te? Lo sceriffo che diventa un bandito... Merda! Per chi mi hai preso?

- No, non un fuorilegge. Io e te insieme possiamo fare un sacco di cose, possiamo cercare l’oro in California, vivere cacciando nei boschi dell’Oregon, comprarci un ranch, farci assoldare da qualche proprietario terriero. Io e te insieme siamo una forza, Abe.

Abraham lo fissa, un lungo momento, senza parlare. Poi dice:

- Tu sei pazzo, Bart.

Bart sa di essere pazzo: pazzo di desiderio. Desiderio di vita e di libertà, sì, ma soprattutto desiderio di un corpo, di un amore che ha respinto, spaventato dalla forza che aveva, ma che è molto più forte di lui.

C’è un nuovo, interminabile silenzio, poi Abraham dice:

- Vuoi davvero scappare, Bart?

- Che cazzo di domanda è? Certo che voglio scappare. Da solo, se non vuoi venire con me. Non voglio morire qui. Non qui.

Abraham annuisce, in silenzio. Bart non capisce.

Abraham avanza, fin quasi a raggiungere la porta della cella. Si ferma. Poi avanza ancora, fino ad appoggiarsi alle sbarre.

- Allora ascoltami bene, Bartholomew Greystone, detto Blackbeard.

Bart guarda Abraham senza capire. Perché lo chiama così? Lo sta prendendo per il culo?

- C’è un solo modo per scappare da una prigione sorvegliata da uno sceriffo: ammazzare lo sceriffo.

Bart aggrotta la fronte.

- Che cazzo dici, Abe?

- Puoi ammazzarmi e scappare. Tra un’ora dormiranno tutti e nessuno si accorgerà della tua fuga.

Bart guarda il viso di Abraham, una macchia scura in cui i tratti sono appena distinguibili.

- Non dire cazzate.

- Non è una cazzata, Bart. Io non posso lasciarti scappare. Sono lo sceriffo. Ma se tu mi ammazzi, non posso più impedirti di scappare.

Bart guarda Abraham. In questo momento lo strozzerebbe volentieri, ma non per scappare.

Va bene, se questo stronzo sta bluffando, è ora di vedere che carte ha in mano.

- Va bene, Abraham. Tu adesso entri nella cella e scopiamo. Ne abbiamo voglia tutti e due e tanto prima di un’ora è meglio che io non cerchi di andarmene. Poi chiudiamo questa faccenda.

 

Abraham sorride. Qualche cosa si è rotto dentro di lui alle parole di Bart. Ha anche lui voglia di scopare e prima di morire una bella scopata è quello che ci vuole.

Apre la cella ed entra. Lentamente si spoglia. Non ha molto da togliersi, fa troppo caldo per mettersi più strati. La camicia, le scarpe, i pantaloni, le mutande. Ora è nudo, di fronte al suo assassino.

Gli pare di leggere un ghigno sul viso di Bart, che lo guarda e si spoglia. La camicia se l’era già tolta. Ci sono solo gli stivali e i pantaloni. Le mutande non le ha. Abraham guarda il grosso cazzo che tante volte ha baciato, accarezzato, leccato, tormentato, morso, succhiato. Il cazzo che tante volte ha accolto in bocca e in culo, di cui conosce gli odori e i sapori, la consistenza e la forza.

Ora sono nudi, uno di fronte all’altro. Abraham sente la sofferenza crescere, più forte di tutto. Bart fa due passi avanti, fino a trovarsi esattamente davanti a lui. Poggia le mani sulle guance di Abraham che nuovamente prova il desiderio di mettersi a piangere. Bart avvicina il viso di Abraham al suo e lo bacia. Poi schiude le labbra e la sua lingua s’infila nella bocca di Abraham.

L’incendio si accende, tanto improvviso quanto dirompente. Travolge Abraham e cancella ogni altro pensiero, ogni sofferenza, lasciando soltanto il desiderio, violento e incontenibile. Il suo corpo reagisce con violenza e Bart non deve superare nessuna resistenza per farlo inginocchiare davanti a sé. Abraham sente l’odore di sudore e di piscio e apre la bocca, percorre il cazzo con la lingua, più volte, poi lo accoglie lo succhia, lo lascia andare, lo riprende, lo morde leggermente. E intanto le sue mani accarezzano i coglioni di Bart, gli stringono il culo, un dito scivola lungo il solco, stuzzica il buco.

Tutto è scomparso, come sempre quando scopavano. Rimane solo il desiderio, feroce, brutale, che non ha paura di nulla, che non arretra di fronte a nulla.

Abraham avverte che il cazzo di Bart s’irrigidisce rapidamente, riempiendogli la bocca. Lascia andare la sua preda e la contempla, grande, dura, minacciosa, allettante.

- A quattro zampe.

Abraham obbedisce. Sente le dita di Bart sulla schiena, poi sul culo, in una stretta che più volte ha lasciato i segni: lividi bluastri che il giorno dopo Abraham accarezzava. Questa volta non ci saranno lividi, Abraham lo sa: prima che si formino, Bart lo ucciderà.

L’umido della saliva di Bart sul solco, la lingua di Bart che lo percorre, che indugia sul buco. Due dita umide che s’infilano dentro, senza cerimonie, per preparare la strada.

E poi il corpo di Bart su di lui, questo peso che lo schiaccia, le braccia che lo avvolgono, il cazzo che preme e si fa strada, lento, ma inesorabile. Il dolore e il piacere, che come sempre si mescolano, lottano, fino a che il piacere ha il sopravvento e il dolore stesso diventa piacere.

La voce di Bart lo scuote. È aspra, rabbiosa:

- Cazzo! Sei ben stretto. Non hai trovato nessuno che ti fottesse in tutto questo tempo?

Abraham si morde il labbro. Poi risponde:

- Nessun altro mi ha mai fottuto, né prima, né dopo.

 

È un colpo basso, anche se Bart se lo aspettava. Risponde, cercando di nascondere con una risata la rabbia e la sofferenza:

- Io ne ho fottuti tanti, di maschi e di femmine. Culi e fiche. E bocche. Non sono certo rimasto a farmi le seghe.

Non sa perché lo ha detto. È vero, ma è anche vero che in questi due anni ogni volta che ha fottuto un maschio ha desiderato che fosse Abraham. E anche quando scopava una puttana, il pensiero andava ad Abraham. Questo però non può dirlo. Questo è un pensiero che morirà con lui, un segreto che si porterà nella tomba.

Bart spinge con energia. È sempre stato un ottimo stallone, capace di far gridare di piacere una puttana. Questa è la loro ultima scopata, vuole che sia la migliore, un ricordo incancellabile per chi domani sarà ancora vivo. Abraham geme e Bart lo stringe, lo accarezza, gli passa la lingua sul collo, lo morde e intanto lo fotte con furia. Quando sente che sta per venire, la sua mano scivola sotto il ventre di Abraham, ne afferra il cazzo, teso e duro, giù umido sulla punta, e prende a muoversi energicamente. Vengono insieme, come tante altre volte.

 

Abraham si lascia andare sul pavimento e sente sotto di sé l’umido del proprio seme. Bart su di lui gli morde la nuca, poi lo bacia. Rimangono a lungo così. Abraham vorrebbe poter restare per sempre sul pavimento, schiacciato sotto il peso di Bart, sentire il cazzo del fuorilegge ancora dentro di lui, anche se meno voluminoso e non più così rigido. Vorrebbe, ma sa che è ora di alzarsi. Bart deve andarsene, verso la libertà. Abraham va verso la morte. Il pensiero gli dà pace.

- Alzati, Bart!

Bart obbedisce, senza dire nulla. Non è più tempo di parole. Abraham si riveste, senza guardare Bart. Esce dalla cella e appoggia la schiena alle sbarre: non vuole vedere la faccia di Bart mentre lo uccide.

- Ora, Bart. Mi hai preso si sorpresa mentre ti davo le spalle, mi hai afferrato per il collo e mi hai strangolato, senza che io riuscissi a liberarmi.

- Sei sicuro di voler morire, Abraham?

- Sì. Non perdere tempo. Tra poco è ora di andare.

Bart posa le mani sulle spalle di Abraham, che ha un leggero sussulto. Ora lo sceriffo sente le mani intorno al suo collo, in una carezza, che diventa una morsa. Non blocca il respiro, non ancora. Lo rende solo più difficoltoso.

- Se esci dalla porta sul retro trovi il ricovero per i cavalli.

Bart non dice nulla. Abraham attende che la morsa incominci a fare pressione, regalandogli la morte e la pace.

Sente le labbra di Bart posarsi sul suo collo, subito sopra le dita, in un bacio che lo sorprende. Poi Bart toglie le mani.

Abraham si volta. Bart si dirige al pagliericcio e si stende. È ancora nudo.

- Che cazzo fai, Bart?

- Io non ti ammazzo, Abe.

- Se non mi ammazzi, sarai impiccato domani.

- Come vuoi, Abe. Per me va bene.

- Perché cazzo hai cambiato idea?

- Non ho cambiato idea. Non mi è mai passato per la testa di ammazzarti, Abe. Ammazzare te! Se hai creduto che l’avrei fatto sei proprio una testa di cazzo.

- E la scopata…

- Avevo voglia di un’ultima scopata.

Bart esita un attimo, poi dice, con una voce rabbiosa:

- Avevo voglia del tuo culo, Abe. Del tuo culo, della tua bocca, delle tue mani… di te. Sì, di te, maledizione! Tutto lì.

Abraham non dice nulla. Appoggia la testa alle sbarre.

Bart aggiunge, con una voce calma, in cui non c’è più traccia della rabbia di prima:

- Va’ a dormire, Abraham. Dopo una buona scopata si dorme meglio.

Abraham rimane un momento con la testa contro le sbarre. Poi annuisce. Si dirige alla scrivania, si toglie il distintivo da sceriffo e lo posa sul ripiano. Sorride.

Si volta vero la cella, che è rimasta aperta, e dice:

- Sbrigati a rivestirti, Bart, mentre io prendo quello che ci può servire. Prima dell’alba dobbiamo essere sul Blue Range. Lì nessuno può trovarci.

 

2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Area aperta

Storie

Gallerie

Indice

 

 

 

 

 

 

Website analytics