Troppi cadaveri

 

 

Arthur guarda il nuovo prigioniero. È appena arrivato e non hanno avuto modo di parlarsi, Arthur sa solo che si chiama Nathan, ma sente di odiarlo. Vuole ammazzarlo.

Il tizio gli dà le spalle e guarda oltre la rete metallica, verso l’altra sezione del cortile della prigione. Arthur tocca la corda che ha in tasca. Non potrebbe averla, in carcere è proibito, ma Arthur sa come procurarsi ciò che gli serve. Dando le spalle all’agente che dalla torretta controlla il cortile, forma il nodo scorsoio. Poi si avvicina al prigioniero, che stringe con le mani una delle sbarre di ferro orizzontali a cui è fissata la rete metallica. Adesso Arthur è a una spanna dal prigioniero, che non sembra essersi accorto della sua presenza. Con un movimento rapidissimo, passa la corda intorno al collo dell’uomo e tira con forza. L’uomo non fa nessun tentativo di liberarsi. Le sue mani stringono spasmodicamente la sbarra, mentre Arthur lo strangola.

Quando Arthur lo lascia, il prigioniero si affloscia, senza vita. È stato tutto rapidissimo. Arthur è soddisfatto.

Due guardie, avvertite dal collega sulla torretta, arrivano di corsa, ma per il prigioniero non c’è niente da fare. Quanto ad Arthur, deve già scontare quattro ergastoli, anche se gliene appioppano un quinto, che gliene fotte?

 

*

 

L’autostrada è bloccata. C’è stato un incidente qualche miglio più in là. Bob Parsons scuote la testa. Non c’è niente da fare. L’unica è aspettare. Compone il numero del tenente Frank Broadarm, della polizia di stato del Kansas. Hanno già avuto modo di collaborare in passato.

- Broadarm? Sono Bob.

- Sei in arrivo, Bob?

- Lo sarei, se l’autostrada non fosse bloccata. Qualche cazzo di incidente.

- Non riesci a uscire prima?

- Purtroppo ho superato l’ultima uscita pochi minuti fa e adesso non ce ne sono più. Dovrò aspettare che sgombrino.

- Avvisami se riesci ad arrivare a un’ora decente, anche se ormai…

- Ormai non ce la faccio più ad arrivare. Inutile che mi aspetti. Mi fermo al primo motel che trovo quando riesco a uscire da questa fottuta autostrada.

Bob saluta Frank e si rassegna ad aspettare che il traffico riprenda a scorrere. Ci vuole quasi un’ora perché Bob arrivi al punto in cui è successo l’incidente. Ci sono due auto della polizia. Tre miglia dopo c’è un’uscita. Bob lascia l’autostrada. Poco oltre trova un motel. Hanno una camera libera.

Appena in camera Bob si fa una rapida doccia, poi si stende. Si addormenta in fretta, come sempre.

A un certo punto il sogno ritorna. Sta scendendo una scala, le mani legate dietro la schiena. Un uomo è dietro di lui, la pistola puntata. Bob vede la scala davanti a sé, ma vede anche se stesso e l’uomo che lo tiene sotto tiro alle sue spalle. Sa che è un sogno, ma l’angoscia sale. E insieme all’angoscia, avverte un’eccitazione crescente. Sa che l’uomo lo ucciderà nella cella che c’è al fondo delle scale e l’idea lo spaventa e lo eccita.

Arrivati al fondo delle scale, camminano lungo un corridoio. Bob è a piedi nudi, indossa solo i pantaloni. Al fondo c’è una stanza, buia. La porta è socchiusa. Bob si ferma, ma l’uomo gli poggia la pistola contro la schiena. Bob ne sente la pressione e nello stesso tempo vede l’uomo che gliela punta addosso.

- Avanti.

L’uomo parla piano. Preme un interruttore, ma la luce della lampadina è fioca e illumina appena il locale.

- Contro la parete.

Bob ubbidisce. Sa che tra poco l’uomo gli sparerà, come le altre volte. Bob sente la tensione violenta nel cazzo e la contrazione delle viscere. Ha paura, vorrebbe che il sogno finisse, ma nello stesso tempo vuole arrivare alla conclusione.

- Voltati.

Bob si volta. L’uomo è davanti a lui. Neanche questa volta Bob riesce a scorgerne il viso. L’uomo spara. Bob avverte i colpi, il dolore violento al ventre e poi al torace. Si appoggia al muro. L’uomo spara ancora. Bob scivola contro la parete. Può vedere il suo assassino davanti a sé e nello stesso tempo il proprio corpo appoggiato contro la parete, il culo a terra, le ferite da cui cola il sangue. La tensione è intollerabile.

L’uomo si avvicina, gli poggia un piede sul cazzo e gli infila la canna della pistola in bocca.

Il piacere esplode, violentissimo, un’ondata che travolge tutto. Bob geme. L’assassino spara.

Bob si sveglia, sudato e ansimante. Ha il cazzo ancora duro e lo sborro sul ventre e sul petto, in grande quantità.

Bob rimane disteso, cercando di recuperare la calma. Sono almeno quattro settimane che questo sogno ritorna. È già la quinta volta che gli capita. Ogni volta cambia qualche dettaglio, ma gli elementi essenziali rimangono invariati. E alla fine Bob viene, scosso da un piacere così intenso come di rado ha provato in vita sua.

Bob non sa darsi una spiegazione di questo sogno. Non ha mai avuto fantasie particolarmente violente, non è masochista. In quanto agente federale, gli è capitato alcune volte di avere a che fare con uomini armati pronti a ucciderlo, ma in quelle occasioni non ha di certo avuto erezioni. Al suo collega Dusty capita, lo ha raccontato una volta, ma a Bob non è mai successo. Quanto alle ferite, una sola volta si è beccato una pallottola alla gamba e ricorda il dolore violento, senza nessuna traccia di eccitazione o di piacere.

 

Frank Broadarm gli stringe la mano. Parlano un momento del viaggio, poi Bob va direttamente al dunque.

- Allora Frank, qual è il problema di cui mi vuoi parlare?

Frank scuote la testa. Si alza.

- Vieni con me, Bob. Devi vedere con i tuoi occhi.

Bob segue Frank. È curioso di vedere di che cosa si tratta. Al telefono Frank sembrava alquanto scosso. Entrano nell’obitorio. Ci sono due cadaveri coperti da un telo sul tavolo. Di solito si mettono nei contenitori a parete, ma evidentemente Frank deve fargli vedere qualche cosa.

Frank si passa le mani sul viso.

- Cercherò di andare passo per passo, Bobby. Perché tu non pensi che sono matto.

Frank sorride. Più una smorfia che un sorriso. Aggiunge:

- Ma forse lo sono…

Frank solleva un lenzuolo e scopre la testa del primo cadavere. Un bel viso, con il segno di una corda intorno al collo.

- Nathan Allbourne, nato a Dallas trentadue anni fa, secondo la patente. Non esiste nessun Nathan Allbourne nato a Dallas. Ha ucciso un’anziana coppia sei giorni fa, qui a Kansas City. Una vera e propria esecuzione. Gli ha sparato una sera nel giardino dove la coppia stava cenando. È arrivata la polizia e lui ha sparato contro i poliziotti, ma questa volta ha sbagliato mira. Sono riusciti a disarmarlo e a portarlo in prigione. Nell’interrogatorio si è rifiutato di spiegare i motivi del suo gesto.

Frank si ferma, scuote la testa e riprende:

- L’abbiamo messo nel penitenziario di Fort Douglas. È arrivato il mattino. Il pomeriggio è stato strangolato da un detenuto che non lo aveva mai visto, un pluriomicida a cui stava antipatico, anche se non si erano mai parlati.

Bob annuisce. Frank prosegue:

- Mandiamo la foto del tizio in giro. Tanto per vedere se ha già avuto guai con la giustizia, se qualcuno sa chi è. Lo sanno. Risulta essere un certo Ted Bronson, di Atlanta, trentadue anni. Quindici giorni fa ha ucciso un uomo a Fargo. Gli ha sparato a bruciapelo in mezzo a una strada.

- Quindi un assassino seriale.

Frank guarda Bob come se non lo vedesse.

- Lasciami finire. La foto è la sua, non c’è dubbio. C’è solo un piccolo problema.

- E cioè?

- Rinchiuso in carcere, il giorno stesso dell’arrivo Ted Bronson viene ucciso da un detenuto. Dodici colpi inferti con un cacciavite.

Bob ride.

- Allora ritiro tutto, non è lo stesso.

Frank non ride.

- Chiediamo che ci mandino il cadavere e tutte le informazioni in loro possesso. Con le informazioni fanno in fretta: non esiste nessun Ted Bronson nato ad Atlanta e l'uomo non ha risposto a nessuna domanda quando è stato interrogato. Un dettaglio: si è beccato dodici colpi senza cercare di difendersi.

- Ma…

Frank non gli dà il tempo di formulare un pensiero.

- Questo è Ted Bronson. Il supposto Ted Bronson.

Scopre la testa del secondo cadavere. È assolutamente identico al primo.

Bob osserva:

- Due gemelli, quindi. Entrambi assassini ed entrambi finiti male.

- Già.

Frank scopre completamente il secondo cadavere. Bob non può fare a meno di pensare che è uno splendido maschio. O almeno lo era. Ha anche una magnifica erezione e un cazzo di dimensioni davvero notevoli.

Il cadavere ha le ferite inflitte con il cacciavite, dal basso ventre al cuore.

- Adesso guarda l’altro.

Frank scopre completamente il secondo cadavere. Anche questo con il cazzo duro. Identico all’altro, salvo le ferite, ma…

Bob si china a esaminare il corpo del morto. Ci sono parecchie cicatrici, di proiettili, no di colpi inferti con un punteruolo o… con un cacciavite. Bob confronta i due cadaveri. Le cicatrici del supposto Nathan sono negli stessi punti in cui ci sono le ferite del supposto Ted. Gli stessi identici, fottuti, punti. Perfino quella al cuore. Come se qualcuno avesse colpito Nathan allo stesso modo di Ted e Nathan fosse sopravvissuto.

Il commento di Bob è sintetico:

- Cazzo!

- Già. Ma non è tutto.

Frank si mette un paio di guanti. Solleva la testa di uno dei due cadaveri e mostra alla nuca un’altra cicatrice, sembra di un proiettile. Poi passa all’altro corpo e ripete l’operazione. La cicatrice è identica.

- Cicatrice di un proiettile, Bob. Un proiettile sparato alla nuca. Entrambi hanno il segno del colpo nella prima vertebra. Abbiamo fatto le radiografie.

- Nessuno sopravvive a un colpo sparato alla nuca.

- Già, nessuno.

Frank fa una pausa, poi aggiunge:

- Ti faccio vedere ancora due cosette.

Volta uno dei cadaveri e mostra una serie di cicatrici. Alcune sembrano di proiettili, altre di coltello, in diverse parti del corpo: all’altezza del cuore, a metà della colonna vertebrale, al culo. Anche l’altro corpo ha le stesse cicatrici.

Frank risistema i cadaveri com’erano prima.

- Abbiamo fatto diverse radiografie a tutti e due i corpi, Bob. Hanno gli stessi segni, segni di pallottole che hanno spezzato vertebre, costole, anche all’altezza del cuore, le ossa del cranio e diverse altre.

- Ma… voglio dire… si tratta di colpi a cui nessuno potrebbe sopravvivere.

- L’hai già detto, Bobby.

- Già, ma…

Frank lo guarda interrogativamente. Bob non dice nulla. Guarda i due cadaveri. Cerca di riordinare le idee.

- Allora, facciamo il punto, Frank. Prima stranezza, due individui identici che sembrano aver ricevuto gli stessi colpi. Seconda stranezza, molti di questi colpi sono sicuramente mortali, ma i due erano ancora vivi prima di morire.

L’ultima parte della frase non gli è venuta benissimo, Bob se ne rende conto, ma la faccenda l’ha un po’ scosso. Frank sorride, ironico.

- Quanto a questo, direi che essere ancora vivi prima di morire non è così strano…

Poi il sorriso svanisce.

- Per il resto, sicuramente sarai in grado di trovare spiegazioni convincenti. Per questo ti ho chiamato.

Bob ha la vaga impressione che il compito affidatogli non sia dei più semplici. Bob si gratta la testa, come gli capita spesso di fare quando è perplesso. Poi sorride e dice:

- Spero che tu non le pretenda prima di pranzo.

- Prima di pranzo ti faccio vedere ancora qualche cosa.

Bob vorrebbe dire che ne farebbe volentieri a meno, ma ormai è rassegnato.

- Non mi dire che c'è anche altro.

- Certo. Quelli di Kansas City non sono gli unici ad aver risposto. Ci sono altre due risposte attendibili. Due uomini che, in base alle foto segnaletiche, sono sicuramente il morto (o un suo fratello gemello) sono stati uccisi in scontri a fuoco con la polizia dopo aver assassinato qualcuno a sangue freddo. Ho pensato di chiedere che ci inviassero i cadaveri, ma poi ho deciso che avresti fatto tu le tue scelte.

- Troppo buono.

- E per finire...

Bob sbotta:

- E che cazzo, Frank, non è abbastanza?!

- Solo più un dettaglio. Un uomo assolutamente identico è stato ritrovato morto quattro settimane fa a Desmoines. Mani e piedi legati e giustiziato, se così possiamo dire, con un colpo alla nuca. Anche di quello non si sa chi fosse. Cinque cadaveri dello stesso uomo, giurerei che hanno tutti le stesse ferite.

- Cazzo! Cazzo!

Frank sorride.

- Direi che hai vinto un terno al lotto con questo incarico, Bob.

Bob non è molto convinto. Ha il sospetto di essersi beccato una bella gatta da pelare. Ridacchia e risponde:

- Mi sa che dovevi rivolgerti alla CIA, sezione SC.

La sezione Special Cases della CIA è una di quelle leggende metropolitane che girano da tempo tra gli agenti dei diversi corpi e anche al di fuori. Nessuno ha mai avuto a che fare con la CIA-SC, ma in tanti sono sicuri che esista. Dicono che si occupi di casi particolari: qualcuno parla di alieni, altri di fenomeni paranormali, altri ancora degli sviluppi di alcune nuove tecnologie su cui circolano voci inquietanti.

Frank sorride.

- Avessi avuto un numero di telefono, l’avrei fatto.

 

Dopo aver mangiato con Frank, evitando rigorosamente di parlare del caso, Bob stende un prospetto delle cose da fare. Sono tante: ci sono di mezzo parecchi omicidi e troppi cadaveri.

Bob è abituato a procedere in modo sistematico, anche se l'esperienza gli ha insegnato che a un certo punto in ogni indagine ci sono svolte impreviste, che impediscono di procedere come si era deciso.

Bob stende un elenco dei punti essenziali:

1. Nathan/Ted. Procurarsi gli altri cadaveri e fare un confronto.

2. Informazioni su Nathan/Ted ottenute dalla polizia nei diversi casi.

3. Date e luoghi dei diversi omicidi.

4. Identità delle vittime e possibili motivazioni degli omicidi.

5. Modalità delle morti di Nathan/Ted.

È tutto? Probabilmente no, ma per incominciare è più che abbastanza. Solo mettere a fuoco questi cinque punti richiederà un bel lavoro, soprattutto il quarto.

Il pomeriggio passa nel chiedere le diverse informazioni e superare i mille ostacoli burocratici (e non solo).

 

Bob è piuttosto stanco. La sera raggiunge la stanza che gli è stata assegnata nella caserma di polizia, si corica e si addormenta in fretta. Il sogno ritorna, uguale al giorno precedente. C’è un’unica differenza: questa volta Bob può vedere il volto del suo assassino. È Nathan. Bob si sveglia di nuovo mentre ha un orgasmo violentissimo. Il seme è tanto che oltre a inondargli il torace, il ventre e la barba, scende abbondante anche sul lenzuolo. Bob impreca, alquanto scocciato. Non gli piace l’idea che l’indomani vedano che è venuto.

Bob si fa una doccia, anche se sono le due di notte, e intanto pensa. Non gli era mai successo che il sogno si presentasse due sere di seguito. E anche se è venuto ieri notte, adesso ha sparso una quantità inverosimile di sborro. Che cazzo gli sta succedendo?

Ma a turbarlo più di tutto è stato il vedere il volto del suo assassino. Non ci sarebbe niente di strano a sognare Nathan. Per tutta la giornata è stato ossessionato da quest’uomo. A renderlo inquieto è la certezza che anche nei sogni precedenti era lui il suo assassino.

Bob torna a coricarsi. Guarda il lenzuolo sporco. Merda! Lo toglie e lo porta in bagno. Mette sotto il rubinetto la parte sporca e la sciacqua.

Poi stende il lenzuolo sulla doccia, in modo che la parte bagnata non sia a contatto con niente, e torna. Usa il lenzuolo di sopra, che si era tolto, al posto di quello che ha lavato. Tanto fa caldo e non c’è bisogno di coprirsi.

 

Il giorno successivo arrivano le prima risposte. Bob pone altre domande, sollecita quelli che non si sono fatti vivi, cerca di mettere insieme i pezzi.

Alla fine della giornata Frank passa a trovarlo nell’ufficio che gli è stato assegnato.

- Allora, come procede?

- Spero che tu non voglia la soluzione del caso.

- Per carità, per quella posso aspettare anche fino a domani.

- Troppo buono.

- È emerso qualche cosa di significativo?

- Per il momento solo due cose. La prima è che questo Nathan, ho deciso di chiamarlo così, si è lasciato ammazzare ogni volta senza reagire. E anche gli scontri a fuoco con la polizia: questo fredda senza difficoltà due che cenano in giardino e, a una distanza inferiore, non scalfisce neppure uno dei poliziotti che gli sparano contro. Nota bene che ha incominciato lui a sparare. L’ottimo tiratore spara in aria e si fa ammazzare dalla polizia o in carcere dal primo detenuto che passa, senza reagire.

- Sì, questo è strano. Come lo spieghi?

Bob sorride:

- Te lo spiego se tu mi spieghi uno qualsiasi degli altri punti in sospeso.

- E va bene. Hai delle ipotesi?

- Nessuna razionale.

- E quella irrazionale? Perché non mi prendere per il culo, Bob, un’ipotesi ce l’hai, te lo leggo in faccia.

- Sì, l’ipotesi è che lui si sia fatto ammazzare, anche in carcere, per poter ripartire. In qualche modo la morte era un modo per non rimanere in galera o non essere braccato dalla polizia una volta scoperto.

- Se non avessi visto i due cadaveri, ti darei del demente, ma così preferisco non dire nulla. E secondo te come avrebbe fatto a farsi ammazzare da quei due detenuti che non lo avevano mai visto?

- Non ne ho la più pallida idea.

Frank annuisce.

- Su questo hai altro?

- No.

- E la seconda cosa?

- Questa è più interessante. Tutte le persone uccise, la coppia che cenava, l’uomo per strada, l’altro alla finestra dell’albergo, la donna al parco, tutti non avevano parenti stretti. Nessuno che avesse figli, sorelle o fratelli, anziani genitori. I funerali sono stati organizzati dalle autorità, perché nessuno si è presentato. Sappiamo chi sono dai documenti che avevano con sé, che corrispondono a persone reali, ma che per un motivo o per un altro, avevano perso da anni i contatti con tutti i loro parenti. E tutti si erano trasferiti nella località dove sono stati uccisi solo da pochi mesi.

Frank è perplesso.

- Questo è proprio strano. Che spiegazione…

Bob scuote la testa con un ghigno. Frank si interrompe, sorride e dice:

- Mi correggo: ti sei fatto qualche idea?

- No. Ma non credo che questi omicidi siano casuali, forse esiste tra le vittime un legame. E l’assassino sa benissimo quello che fa. Non va in giro ad ammazzare gente senza un motivo. Credo che capire chi sono le vittime sia l’unico modo per sbrogliare almeno qualche filo della matassa. Ho incominciato a chiedere informazioni.

- Hai già ottenuto qualche cosa?

- E che cazzo, Frank! Ci vorranno diversi giorni, forse settimane.

- Ma usi Internet o mandi il pony-express?

- Stronzo!

- Va bene, vieni a cena?

- Volentieri.

 

Dopo cena Bob fa due passi: ha bisogno di camminare un po’, dopo una giornata trascorsa in ufficio. Rientra verso le undici e si mette a dormire.

Il sogno ritorna e Bob rivive le stesse sensazioni violente, ma anche nel sonno una parte di lui è vigile, non vuole venire, non vuole sporcare di nuovo il lenzuolo. Si sveglia prima di venire. Si alza. È nervoso, la faccenda gli dà fastidio. Ha il cazzo duro, che non vuole saperne di abbassare la testa. Bob si chiede se farsi una sega, ma l’idea non gli piace, non è più un ragazzino. Va in bagno, prende un asciugamano e lo stende sopra il lenzuolo. Poi si corica nuovamente. Poco dopo il sogno ritorna, quasi identico alla notte precedente. Questa volta però Bob non ha le mani legate. Di nuovo il dolore e il piacere violento. Bob si sveglia: ha il seme sul ventre, sul petto, sul collo, sulla barba, sulla bocca, una quantità incredibile.

Bob si alza, si lava e si asciuga. Come è possibile che per la terza notte consecutiva sia venuto e abbia tutto questo sborro? I coglioni e la prostata stanno producendo a un ritmo inverosimile. Ma in tutta questa faccenda di verosimile non c’è niente. Questi sogni e i cadaveri… Bob scuote la testa. I sogni non c’entrano niente, li aveva prima di vedere i cadaveri. L’unico elemento che è cambiato è che ora all’assassino ha dato il volto di Nathan. Ma sta mettendo insieme due faccende del tutto diverse.

Forse.

 

Il giorno seguente Bob riceve le prime fotografie che ha richiesto. Quando Frank lo passa a trovare, gliele mostra.

- Questa è la donna uccisa ad Atlanta, Jane O’Brian.

Frank annuisce.

- E questa è la foto di Jane O’Brian che mi ha mandato la polizia di Elk Lake, dove viveva fino a due anni fa. Era a una festicciola organizzata dai vicini.

Frank confronta le due foto.

- E allora?

- Dato che le vittime sono tutte persone che hanno perso i contatti con i familiari, mi ero chiesto se si trattava davvero di loro o se il loro posto era stato preso da qualcun altro. Invece non è così. La donna delle due foto è la stessa. E dalla relazione che mi ha fatto la polizia di Elk Lake, non c’è nulla nel suo passato che possa aiutarci a capire perché qualcuno ha deciso di ammazzarla. Delle altre vittime non ho ancora notizie.

- E il cadavere?

In giornata è arrivato il cadavere di uno degli assassini.

- È lui, come sospettavi. Identico. Stesse ferite, salvo le ultime. Ma è stato ucciso prima di Nathan e Ted, quindi i conti tornano. Ho fatto fare le lastre. Identiche a quelle degli altri.

Frank annuisce.

- Per gli altri due cadaveri c’è qualche complicazione, ma arriveranno anche loro. Non credo che ne ricaverò niente di nuovo, comunque. La chiave è nelle vittime, ma non sarà facile capire perché sono state uccise. Mi dedicherò a quello nei prossimi giorni.

Bob visita i vicini della coppia uccisa, ma nessuno sembra in grado di fornire qualche elemento significativo: i due erano persone tranquille, riservate, ma cordiali. Non sembravano temere di essere uccisi.

 

Bob rientra la sera, di cattivo umore. Pensa che anche questa notte il sogno potrebbe tornare, ma non ha nessuna voglia di sognare di nuovo. Potrebbe andare a caccia, svuotare i coglioni (anche se teoricamente non dovrebbe essere necessario, visto che è venuto tre sere di fila) e magari riuscirebbe a dormire senza quel fottuto sogno. Non intende farlo qui, dove sta lavorando in questi giorni. Ma Topeka è a cinquanta miglia e in un’ora Bob può arrivarci. Da Internet risultano esserci alcuni locali gay.

Bob prende l’auto e parte. È un po’ che non va a caccia. La fine della storia con Matthew gli ha lasciato l’amaro in bocca. Negli ultimi mesi si è limitato a non rifiutare qualche proposta che gli è arrivata.

Nel locale che ha individuato non c’è molta gente, è ancora presto. Bob si guarda intorno, appoggiato al bancone. E di colpo gli sembra che il cuore gli si fermi. Nathan – o come cazzo si chiama – è in sala. I loro sguardi si incrociano e Nathan si alza, dirigendosi verso di lui. Bob avverte che il cazzo gli si sta irrigidendo. Si chiede se non sta impazzendo.

- Ciao, io mi chiamo Steve.

A Bob sembra di vedere una punta di ironia nel sorriso di Steve alias Nathan alias Ted alias ecc. ecc. ecc.

- Io mi chiamo Bob.

- Bene, ci siamo detti l’essenziale. Che ne diresti di andare a casa mia?

Bob è incerto. L’uomo che ha davanti è un pluriomicida. Potrebbe dire che è esattamente l’uomo che stava cercando per l’indagine, anche se in realtà lui non cercava nessuno, perché il tizio è sicuramente morto. Non può lasciarselo scappare, ma non potrebbe nemmeno farlo arrestare, perché gli assassini di cui si occupa sono tutti indubbiamente morti. Anche se sui vari “sicuramente” e “indubbiamente” Bob non metterebbe sul fuoco la mano e neppure l’unghia del mignolo, al massimo un capello, dopo averlo tagliato. Cerca di menare il can per l’aia:

- Non perdi tempo, eh?

- No, preferirei chiacchierare con te tranquillamente, ma non qui.

Bob annuisce. A tutto il casino di pensieri che si incrociano nella sua testa se ne sta aggiungendo un altro, che lo manda fuori dai gangheri: gli è diventato duro. Ma a che cazzo pensa il suo cazzo? È il momento di alzare la testa, questo? Il suo cazzo potrebbe rispondergli che Bob ha scelto il locale esattamente per questo e che quello che ha davanti è un magnifico esemplare di homo sapiens, anche alquanto dotato (adesso non si vede, ma i cadaveri avevano una superba erezione). 

Bob si chiede che fare. Steve potrebbe ucciderlo. Bob non è armato: non va in un locale gay con la pistola. E Steve è un assassino. E allora? Cercare di menare il can per l’aia? A che servirebbe? Anche se passassero l’intera serata nel locale, Bob non riuscirebbe di certo a farsi raccontare perché Steve ha assassinato svariate persone e come fa a essere ancora vivo dopo essere stato ammazzato. Bob decide di rischiare.

Sorride:

- Va bene, andiamo a chiacchierare a casa tua. Ti seguo con l’auto?

- D’accordo.

Mentre segue l’auto di Steve, Bob si chiede se non sta facendo una cazzata. Ma non sa che cos’altro potrebbe fare. Non può lasciarselo sfuggire.

Steve vive in una casetta unifamiliare ai margini della città. Con un telecomando apre il garage, dove c’è posto per due auto.

Dal garage passano in casa. È arredata in modo impersonale: si direbbe affittata ammobiliata.

- Andiamo di sopra.

Bob annuisce.

Steve apre la porta della camera da letto. Sorride a Bob e incomincia a spogliarsi.

Bob sorride.

- Avevo capito che volevi chiacchierare.

- Chiacchieriamo dopo.

Anche Bob inizia a spogliarsi, guardando Steve. È proprio un gran bel maschio.

Steve è nudo e Bob ha solo gli slip, quando Steve dice:

- Va bene. Prendo il preservativo.

Bob intuisce nel momento in cui Steve apre il cassetto, ma ormai è tardi. La pistola è puntata su di lui.

- Alzati.

Steve ha fatto due passi indietro: Bob non ha nessuna possibilità di saltargli addosso e togliergli l’arma. E da come Steve la tiene, è evidente che sa benissimo come si usa. D’altronde è anche un ottimo tiratore, l’ultima coppia che ha ucciso cenava a una certa distanza dal posto da cui Steve ha sparato.

- Mi vuoi spiegare?

- Ti spiegherò tutto, ma dopo.

- Dopo che cosa?

- Voltati.

Bob esita, poi obbedisce.

- Cammina.

Bob si avvia. Steve lo segue. Alla porta gli dice:

- A sinistra.

Bob obbedisce. Steve è dietro di lui.

Sono davanti a un’altra porta. Bob intuisce. Ha paura, una paura dannata. Questo non è un sogno. Ma il cazzo è teso come una lama.

- Spingi la porta.

Bob esegue. C’è una scala. Steve lo ammazzerà.

- Scendi.

Bob mette il piede sul primo gradino. Esita.

- Muoviti.

Scende lungo la scala. Raggiunge il corridoio e lo percorre fino al fondo, fino alla stanza, buia. La porta è socchiusa. Bob si ferma, ma l’uomo gli poggia la pistola contro la schiena. Bob ne sente la pressione. Potrebbe cercare di disarmarlo ora. Ma Steve non si lascerà disarmare facilmente.

Steve accende la luce. Come nel sogno è fioca.

- Alla parete.

Bob raggiunge la parete. Si volta, senza aspettare un ordine. Steve annuisce. Il cazzo di Bob è duro e talmente teso che sporge dagli slip.

Bob mormora:

- Figlio di puttana!

Steve sorride e spara.

Un dolore violento al ventre e, infinitamente più forte, il piacere che deborda. Steve spara ancora, più volte, e a ogni colpo è una nuova ondata di piacere, che sovrasta il dolore, anche quando Steve gli spara al cazzo. Bob non ha mai avuto un orgasmo così violento. L’ultimo della sua vita, ma talmente forte che Bob non riesce a pensare ad altro che al piacere che lo travolge, che a ogni colpo sembra crescere.

Steve deve aver quasi svuotato il caricatore. L’ultimo colpo, al cuore, cancella dolore e piacere.

 

Bob si sveglia. È steso su un letto. È nudo. Per un momento pensa di aver sognato di nuovo, ma accanto a lui è seduto Steve, che gli sorride. Ha un bel sorriso, Steve.

Bob si alza a sedere.

- Che cazzo…

Steve annuisce:

- Sì, ti devo alcune spiegazioni. Avrei potuto dartele prima, ma non mi avresti creduto.

- È stata un’allucinazione? Hai messo qualche cosa nella birra che bevevo al bar?

- Vieni con me, Bob.

Steve si avvia. Bob lo segue. Steve si è rivestito.

Ripercorrono la strada di prima e raggiungono la cantina. Steve accende la luce.

Seduto contro la parete, la testa reclinata, c’è il cadavere di Bob Parsons, parecchi fori in tutto il corpo, il cazzo duro. Sangue e sborro formano una pozzanghera sul pavimento.

Guardare il proprio cadavere è una sensazione strana, di certo non abituale. Bob rimane un buon momento in silenzio, poi, per spezzare la tensione, esplode in un:

- Pure al cazzo mi hai sparato, stronzo!

Steve ride.

Bob si china sul corpo. La testa è reclinata in avanti. Bob la solleva. Guarda la sua faccia, il sangue colato sulla barba, gli occhi spalancati, la bocca aperta.

Bob si volta verso Steve.

- Hai parlato di spiegazioni. Mi piacerebbe averle.

- Torniamo di sopra.

Risalgono. Bob torna in camera. Visto che Steve si è rivestito, vuole fare lo stesso.

- Dove cazzo sono gli slip?

E mentre lo chiede, Bob si rendo conto che lo sa benissimo. Steve risponde.

- Addosso al cadavere, sporchi di sangue e sborro, probabilmente anche piscio, magari merda, vatti a sapere. E bucati da due pallottole. Ti conviene farne a meno. Provo a darti i miei. Ma mi sa che sei troppo grasso.

Il sorriso di Steve è chiaramente ironico. Anche Bob sorride.

- Non sono grasso. Sono solo un po’ in carne.

Steve ha preso dal cassetto un paio di slip.

Bob li prova. Sono un po’ stretti, ma possono andare.

- Visto che erano solo cattiverie gratuite?

Steve sorride senza dire nulla. Bob si infila i pantaloni, le scarpe e la maglietta.

Passano nella stanza a fianco. Ci sono due poltrone.

- Accomodati. Vuoi bere qualche cosa?

- No, devo guidare. Ho già preso una birra al bar.

Steve scuote la testa.

- No, quella l’ha presa il morto.

Bob guarda Steve.

- Sono pronto a sentire le tue spiegazioni.

- Vuoi fare tu le domande?

Bob non sa bene da dove incominciare. Di domande ne avrebbe un sacco. Decide di partire dagli omicidi.

- Hai ucciso tu quelle cinque persone, vero?

- In questa missione ho ucciso diciannove persone, quattordici uomini e cinque donne, a parte te, naturalmente.

- Cazzo! E ogni volta ti sei fatto uccidere?

- No, solo quando ero stato scoperto. Sei volte in tutto. Altre tre volte mi hanno ucciso prima che io portassi a termine il mio compito.

- Perché li hai uccisi, Steve? Posto che tu ti chiami Steve.

- È il mio nome, Bob. Sono un agente della CIA, sezione SC.

Bob annuisce. Non è davvero stupito. Dopo quello che ha visto, compreso il proprio cadavere, nulla potrebbe stupirlo. E se c’è un caso di cui la CIA-SC dovrebbe occuparsi, è senza dubbio questo.

Steve prosegue:

- Quelle persone non erano più gli uomini e le donne che erano stati. Le loro menti erano state distrutte ed erano guidate dall’esterno. Non mi chiedere da chi e con quali finalità. So solo che costituivano una minaccia gravissima per noi. E quando dico noi, non so se si tratta solo degli USA o del pianeta, la mia impressione è che… no, non ha importanza. Possono dirti che quelle persone erano automi al servizio di qualcuno interessato a colpire e distruggere.

Bob è perplesso, ma non ha motivo per non credere a Steve. Osserva:

- Potevano essere arrestati.

- Non sarebbe stato possibile, non risultavano aver commesso nessun reato. Ma non è questo il problema. Il fatto è che ognuno di loro aveva il compito di distruggere la mente di altri ed era in grado di farlo, anche in carcere. Se li avessimo messi in prigione, ci saremmo ritrovati entro qualche mese un intero carcere di automi, pronti a eseguire qualsiasi ordine. Le guardie carcerarie avrebbero liberato tutti e poi… puoi immaginarti. E quello che immagini è di sicuro meglio di quello che sarebbe accaduto.

Bob annuisce. Se quello che Steve dice è la verità, non c’era altra via che l’eliminazione fisica.

Steve prosegue:

- Insomma, è come un’epidemia. Devi cercare di evitare che si diffonda, bloccare il contagio finché sei in tempo. E l’unico modo per bloccarlo in questo caso è eliminare chi la diffonde, intenzionalmente.

- E il compito di eliminarli spetta a te.

- Sì, anche se non credo di essere l’unico: probabilmente alcuni miei colleghi stanno eliminando altre persone dello stesso gruppo.

- Ma tu non sai di che minaccia si tratta.

- No.

Bob annuisce. La spiegazione è perfettamente convincente, ma molto incompleta.

Bob chiede ancora:

- Come hai fatto a farti uccidere quelle due volte in carcere? A quanto risulta non conoscevi nemmeno i tuoi assassini. 

- Sono state affinate tecniche che permettono di influenzare il pensiero delle persone. Non si può trasformare un pacifico cittadino in un assassino, ma si può, soprattutto di fronte a menti deboli e inclini al crimine, creare emozioni forti che spingano a uccidere. Oppure, sfruttando le alterazioni mentali che avvengono durante il sonno, possiamo creare sogni.

- I sogni! Quindi quei sogni provengono dall’esterno.

Bob non ha spiegato di che sogni si tratta, ma Steve dev’essere informato, perché risponde:

- Sì, era necessario prepararti al nostro incontro. Anche la tua scelta di venire proprio qui a caccia è stata pilotata dall’esterno. Corrispondeva a un tuo desiderio, che non sarebbe stato possibile creare dal nulla, ma che si poteva dirigere. Topeka invece di St Joseph.

- L’hai diretto tu?

- No, io non sono in grado.

- E chi allora?

- L’ufficio tecnico che si occupa di questa parte…

Steve si interrompe. Ha sentito un rumore. L’ha sentito anche Bob. Steve si alza di scatto, ma prima che possa fare qualche cosa, due uomini irrompono nella stanza. La prima raffica di mitra è per Steve, la seconda è per Bob. I colpi lo gettano a terra. Il dolore è violento, il piacere molto più intenso, un orgasmo che si spegne solo quando uno dei due uomini, messo a cavalcioni su di lui, spara ancora una raffica.

 

Bob si sveglia sullo stesso letto su cui si è svegliato prima. Steve è steso accanto a lui. Tutti e due sono nudi. Bob guarda Steve. Pensa che ha un bel cazzo, che anche a riposo è davvero voluminoso. Guardo il suo, che non può fargli concorrenza, ma se la cava. Lo sguardo finisce sulle cicatrici. Ce ne sono tante e non è strano: l’assassino gli ha sparato due raffiche di mitra. Bob tocca i segni con il dito. Devono averlo ridotto a un colabrodo.

Steve si alza a sedere.

- Questo non l’avevo previsto: sono riusciti a risalire a questo indirizzo. Io ormai sono bruciato, ma lo ero già prima. Per quello c’è bisogno di qualcuno che prenda il mio posto. Non credo che abbiano capito che anche tu sei coinvolto nella faccenda. Spero che abbiano pensato che eri solo un amico.

Steve scende dal letto. Anche Bob si alza.

- Ma… se possono distruggere la mente di qualcuno, non possono farlo anche con te, senza ucciderti?

- No, non è un processo breve. Richiede molto tempo. Come una malattia che ha lunghi periodi di incubazione. E in ogni caso la mia mente non può essere alterata da loro, potrei dire di essere stato immunizzato.

Passano nella stanza dove erano. A terra ci sono i due cadaveri. Un mare di sangue.

È la seconda volta che Bob vede il suo cadavere. Ha sempre saputo che sarebbe potuto finire così, il suo lavoro lo espone a questo rischio, ma non avrebbe mai pensato di vedersi da morto, gli occhi spalancati, camicia e pantaloni sporchi di sangue, un’infinità di fori di proiettile e un’ampia macchia sui pantaloni, che sa benissimo non essere sangue.

Steve dice:

- Dammi una mano. Li portiamo in cantina.

Bob annuisce.

Insieme a Steve, Bob solleva il proprio cadavere. Steve osserva:

- Cazzo, se pesi! Dovresti metterti a dieta.

Bob risponde:

- Stronzo!

Ma deve ammettere che Steve ha ragione: si rende conto di essere proprio pesante.

Mettono il secondo cadavere di Bob di fianco al primo, poi tornano a prendere il cadavere di Steve.

- Anche tu non sei proprio leggero.

Steve ride e alza le spalle.

Quando sono in cantina, Bob dice:

- Recupera il portafogli. Per i vestiti non c’è niente da fare.

In effetti la maglietta è un colabrodo e anche i pantaloni sono forati in alcuni punti.

Bob ghigna e risponde:

- Mi sa che i tuoi slip del cazzo sono fottuti anche quelli, ma tanto mi stavano stretti.

- Spero di avere un paio di pantaloni abbastanza larghi. Se no te ne vai in giro nudo. Qui non possiamo rimanere.

Steve fornisce a Bob un paio di pantaloni di una tuta da ginnastica, una maglietta e le calze. Le scarpe le recuperano dal cadavere: sono macchiate di sangue, ma sono scure, per cui non si nota molto. Si dirigono in garage. Prima di salire sull’auto, Steve dà a Bob un appuntamento in un locale di Kansas City. Seguiranno strade diverse, entrambi controllando di non essere seguiti.

 

Quando si ritrovano, Steve riprende il discorso.

- Come avrai capito, io ormai sono stato individuato. Le ultime due volte che ho cercato di avvicinarmi ai bersagli rimanenti, sono stato intercettato e ucciso.

- Le ultime volte… vuoi dire, dopo essere stato ucciso in carcere?

- Sì, mentre tu esaminavi i miei cadaveri, loro mi ammazzavano. Ma ogni volta provvedevano a far sparire il corpo. Ormai sono bruciato. Diciamo che in qualche modo “sentono” quando mi avvicino. Però non mi aspettavo che riuscissero a risalire al mio nuovo indirizzo.

- Nuovo?

- Certo, in missione cambio casa ogni volta che mi ammazzano.

- Non sarebbe più semplice andare in albergo?

- No, non devo dare nell’occhio.

- Affittare una casa ogni due o tre giorni non dà nell’occhio?

- Non sono io che le affitto. Lo fanno altri.

Bob non è molto convinto, ma sono dettagli tecnici poco significativi.

- Senti, ma come fai a ritornare in vita?

- Un procedimento complesso che non sono in grado di spiegarti. Nel momento in cui muoio, si crea un duplicato del mio corpo che viene “riparato”, se posso dire e si materializza vicino a dove sono stato ucciso o in un altro posto, relativamente sicuro. Il processo è diretto dall’esterno.

- Se non lo avessi visto e provato non ci crederei. Ma non capisco, se esistono tecniche di questo genere, perché non si usano per quelli che muoiono giovani, per…

Steve scuote la testa.

- Forse in futuro lo faranno, se sarà possibile... Bob, è difficile spiegare, soprattutto perché non so come stiano esattamente le cose. Queste tecniche, per ritornare in vita, per influenzare le menti, per produrre sogni, per alterare il piacere e il dolore, tutto questo… insomma, l’impressione è che non siano state elaborate da noi, che siano, come dire, in prestito.

- Che cazzo dici?

- Qualcuno che ce le ha passate, perché le usassimo in questa lotta.

- Qualcuno chi?

- Non certo qualcuno di questo pianeta. Ma sono idee mie, magari sono solo cazzate, lascia perdere. In ogni caso la tecnica per riportare in vita si può applicare solo a certe condizioni. E bisogna che il corpo sia stato preparato prima della morte.

- Preparato? Io non sono stato preparato. Sono morto due volte e sono qui.

- Tu sei stato preparato. Qualche mese fa ti devono aver sottoposto a una serie di esami, se ti ricordi.

Bob fissa Steve, allibito.

- Vuoi dire che…

- Sì, non so i dettagli, ma di certo hai fatto un controllo e sono venuti fuori dei valori anomali. Erano frutto di una manipolazione. Così hai fatto altri esami, che in realtà erano trattamenti. Bisognava prepararti perché tu potessi partecipare a una missione.

- Ma… avete deciso… che cazzo! Mesi fa avete deciso che io avrei dovuto partecipare a questa missione del cazzo senza che io ne sapessi niente.

A Bob girano, non poco.

Steve scuote la testa.

- In primo luogo, io non c’entro, non ho deciso nulla, non sapevo neanche della tua esistenza. In secondo luogo, la cosa si svolge più o meno così: periodicamente vengono selezionati alcuni agenti della polizia federale o di stato, gente molto in gamba, che ha una serie di requisiti. Tu evidentemente li hai.

- Troppo buono, grazie.

- Poi ci sono altri requisiti, come quello di non avere una famiglia o una relazione stabile. Per questo tra di noi ci sono parecchi gay.

Bob annuisce, senza dire nulla.

- Queste persone vengono sottoposte a esami medici, come controlli di routine. Risulta qualche anomalia e devono fare ulteriori esami. Ci sono passato anch’io. Gli esami sono in realtà il processo che permette poi di “riparare” il corpo. Viene così creata una specie di banca dati e al momento in cui serve qualcuno di esterno, si seleziona. Tre mesi fa nessuno sapeva se saresti stato utilizzato, dove e quando. Io sono stato individuato da coloro che dovevo sopprimere e quindi bruciato rispetto a questa missione: in qualche modo, che noi non sappiamo, loro adesso avvertono la mia presenza se mi avvicino e quindi mi eliminano. Per questo sei stato coinvolto tu. So dei sogni, li abbiamo avuti tutti, ma di certo tu mi hai visto solo nel momento in cui sei stato implicato nel caso.

Bob annuisce: quello che dice Steve è vero. Steve prosegue:

- Nel processo si interviene anche sui meccanismi del dolore e del piacere.

- Già. Questo fatto che essere ammazzato mi fa venire… ma che cazzo… che senso ha?

- Possiamo essere catturati e torturati per ore. E poi ammazzati in modo atroce. Se la percezione del dolore non fosse alterata, non sarebbe facile rimettersi in azione. Immaginati uno che ha agonizzato per due giorni e la volta dopo è stato torturato per una settimana. Non sarebbe facile per nessuno riprendere l’azione come se niente fosse. Sai che non ti possono ammazzare, ma giorni e giorni di torture orrende… L’intervento serve per renderci immuni da questo problema. Essere colpiti e uccisi è fonte di piacere. Ormai loro lo sanno e ci fanno fuori in fretta. Ma la prima volta che mi hanno catturato, hanno impiegato ore a uccidermi. Sapevano che sarei ritornato in vita, ma speravano di scoraggiarmi. In realtà io godevo e loro non capivano come fosse possibile. Era buffo vedere le loro reazioni.

Bob annuisce. Steve riprende:

- Adesso c’è bisogno di qualcun altro che porti a termine il compito. Quel qualcun altro sei tu, Bob.

Bob guarda Steve. È perplesso.

Steve sorride e dice:

- Fuori il rospo, Bob.

- Steve, io non ho nessun elemento per sapere da che parte stai tu. Magari quelli che hai ucciso erano agenti dell’FBI o della CIA. E sei tu a far parte di quelli che vogliono distruggere gli USA o il mondo, marziani o venusiani che siano.

Steve sorride.

- Su questo nessun problema, Bob. Domani parlerai con il tuo capo. Credo che verrà qui lui e ti affiderà l’incarico. Dopo di che, se accetterai, ci incontreremo di nuovo per l’ultima parte della missione. Se invece deciderai di rifiutare, puoi farlo se vuoi, non credo che avremo occasione di vederci più.

Bob guarda Steve:

- Voglio pensarci.

- Non hai molto tempo: quel che resta della notte e la mattinata. Io ho già comunicato ai miei superiori del nostro incontro, perciò penso che il tuo capo sarà qui domani, che poi, considerando l’ora, sarebbe oggi. Cazzo! Mi fai andare a dormire a ore impossibili!

- Io faccio andare a dormire te a ore impossibili? Ma lo sai che hai la faccia come il culo?

Steve ride. Ha una bella risata, simpatica, allegra.

- Forse sì, lo devo ammettere. Insomma, oggi pomeriggio vedrai il tuo capo e dovrai dirgli che cosa hai deciso di fare. Mi spiace che tu non abbia un po’ più di tempo per pensarci, ma questa missione va conclusa in fretta, cogliendo di sorpresa gli ultimi due.

Bob annuisce.

- Ci penserò su.

- Adesso ti spiego dove ci vedremo domani nel tardo pomeriggio, se decidi di accettare.

Steve fornisce le indicazioni per raggiungere una cascina isolata. Fissa l’ora e raccomanda a Bob di controllare che nessuno lo segua.

 

Bob torna alla caserma di polizia. Era partito per una scopata, ma la nottata è stata alquanto diversa dal previsto, sotto ogni aspetto. Ha risolto il caso, ma non può parlarne con nessuno

La notte, quel poco che ne resta, passa senza sogni.

Il giorno dopo Bob continua a occuparsi del caso, raccogliendo le risposte che riceve, ma ormai tutto quello che sta facendo non ha senso. A Frank non può raccontare nulla, ma gli pesa. Il pensiero ritorna alle parole di Steve. Deve uccidere qualcuno, qualcuno che costituisce un pericolo gravissimo. Bob ha ucciso alcune volte, in scontri a fuoco. Qui si tratta di farlo a freddo. Non è la stessa cosa. Ma a quanto pare è un compito da svolgere. Non gli piace molto, ma se è necessario farlo, lo farà. Deve solo essere sicuro di stare dalla parte giusta.

A pranzo Frank gli comunica che nel primo pomeriggio arriverà il suo capo. Frank è un po’ stupito. Bob se l’aspettava, dato che Steve glielo aveva annunciato.

Ad arrivare non è solo il diretto superiore di Bob: c'è anche un dirigente di altissimo livello, che Bob ha visto tre volte nella vita. È lui a parlare a Bob.

- Parsons, so che sei già stato informato della faccenda. Probabilmente ne sai più di me. Ci sono due uomini che costituiscono una gravissima minaccia per il nostro Paese. Vanno eliminati. Non posso obbligarti a farlo, sei libero di rifiutare, so benissimo che non è il tipo di lavoro che svolgi abitualmente, ma vorrei che tu ti assumessi questo compito. So che sei un agente molto in gamba e per questo sei stato scelto per questa missione.

Bob ha riflettuto a lungo. Adesso si limita ad annuire e rispondere:

- Va bene. Se è da fare, lo farò.

Il dirigente è soddisfatto. Elogia Bob per la sua disponibilità e dà la stura a un po’ di retorica patriottica, di cui Bob farebbe volentieri a meno, anche se in fondo i motivi per cui ha accettato sono proprio quelli che il tizio sta elencando.

Il suo diretto superiore si limita a dirgli:

- L’uomo con cui sei già in contatto, Steve Brown, ti fornirà tutti i dettagli. Puoi fidarti di lui.

Al momento di congedarsi, aggiunge:

- So che probabilmente riceverai un’altra proposta di lavoro, ma spero che tornerai con noi, Bob.

 

Frank è rimasto alquanto stupito all’arrivo dell’alto dirigente, che ha visto una volta in televisione. Si chiede perché sia venuto a parlare con Bob, ma non vuole mostrarsi invadente.

Bob ha colto la curiosità di Frank. Non può soddisfarla, ma gli dice, sinceramente:

- Vorrei spiegarti, Frank, ma non posso. Questo caso si avvia alla conclusione e tutte le cose che tu hai scoperto e quelle a cui ho lavorato io, finiranno nel dimenticatoio. Magari verrà trovato ancora un altro cadavere di… Nathan, chiamiamolo così. Forse anche… No, non posso dirti niente. È tutto a posto.

Frank annuisce.

- Sarei disposto a dare un dito per avere una spiegazione, ma sono un agente e mi rendo conto che non posso chiederti. Magari tra trent’anni, quando saremo in pensione, potrai raccontarmi…

Bob sorride.

- Se mi sarà possibile, ben volentieri. Anche prima di trent’anni.

 

L’appuntamento con Steve è in una cascina isolata. Frank controlla con attenzione che nessuno lo segua. Alcune manovre azzardate gli permettono di assicurarsi che sia così. Frank raggiunge la cascina e parcheggia l’auto nel cortile. Steve è sulla porta.

- Ben arrivato.

Steve lo aspetta. Prende una borsa nera e ne estrae una serie di fotografie. In alcune si vede un uomo sui quaranta, con capelli e una lunga barba castano scuro e una corporatura massiccia. In altre si vede un uomo tra i cinquanta e i sessanta, capelli e barba corta grigi. Solo in una delle foto i due uomini sono insieme. Quello più vecchio ha un braccio sulla spalla dell’altro.

- Gli ultimi due bersagli. Questo qua – Steve indica l’uomo più giovane e corpulento – è stato agganciato dall’altro in un locale gay. Si sono messi a vivere insieme. Questo permette di distruggere la mente molto più in fretta.

- Devo raggiungerli e ucciderli.

- Sì. Andremo tutti e due, ma per strade diverse. Io sarò sicuramente intercettato e ucciso, come le volte precedenti. Questo li farà credere che per il momento non c’è nessun altro con il compito di ucciderli. Mezz’ora dopo che mi avranno eliminato, tu entrerai in azione.

Bob annuisce. Steve prosegue:

- Se riuscirai a scappare, tanto di guadagnato. Altrimenti verrai ucciso. Ovviamente avrai documenti falsi: se così non fosse, non potresti riprendere la tua attività come agente federale. Sempre che ti interessi.

- Non so fare altro.

- Bob, tu sai molte cose. Era necessario che io ti informassi. Sei stato scelto con cura, il tuo curriculum è stato valutato con la massima attenzione. Se ti interessa, puoi entrare nella sezione SC della CIA. Ma di questo avremo tempo di parlare dopo.

Steve fornisce gli ultimi dettagli, poi porge a Bob una busta con i documenti falsi.

- Lascia qui i tuoi documenti. Memorizza il tuo nuovo nome per evitare qualche inconveniente se vieni fermato dalla polizia.

Bob sorride:

- Non è la prima volta che viaggio con documenti falsi, Steve.

Anche Steve sorride. Bob si dice che ha proprio un bel sorriso.

- Avrei dovuto pensarlo. Se tutto va bene, ci vediamo qui questa notte. Io mi risveglierò qui. Altrimenti ci vediamo ugualmente qui: se vieni ammazzato, anche tu ti sveglierai qui. Non considero l’ipotesi che tu cambi idea.

- No, Steve, ho accettato e farò quello che devo. Non è che il compito mi diverta, ma è necessario che qualcuno lo faccia.

Steve annuisce, serio.

- Sì, è quello che ho pensato anch’io quando mi hanno proposto questo lavoro.

 

È sera. Il quartiere è composto da tante villette unifamiliari, ognuno con un giardino sulla strada e uno sul retro.

Dall’auto Bob segue i movimenti di Steve. Lo vede camminare tranquillamente, come se andasse a spasso.

L’auto svolta da una strada laterale. Bob ci bada appena, ma quando la vettura è all’altezza di Steve, Bob sente i colpi. Steve porta le mani al petto e cade. L’auto accelera e scompare. Dalla porta di una casa un uomo esce, fa due passi verso il corpo, poi rientra, di certo per chiamare la polizia. Bob mette in moto e si allontana. Non può farsi fermare come testimone e perdere tempo.

Ritorna nel quartiere mezz’ora dopo. Evita la strada in cui Steve è stato ucciso. In lontananza vede un’auto della polizia. Parcheggia in una stradina laterale. Quando lascia l’auto, è ormai buio.

La casa è immersa nell’oscurità. C’è una luce solo al primo piano. Bob cammina tranquillamente. In mano ha un pacco che sembra una torta: chi lo vede potrebbe pensare che va a cena da amici e che ha lasciato l’auto un po’ prima, magari perché non si ricordava il numero. All’altezza della casa, percorre il passaggio che la separa da quella vicina e raggiunge il giardino posteriore. Si dirige alla porta della cucina. Ha un passepartout che gli ha fornito Steve e che gli permette di entrare. Se qualcuno lo stesse osservando, penserebbe che ha la chiave o che la porta è aperta.

Bob apre e si ferma sull’ingresso, in ascolto. C’è silenzio. Bob posa sul tavolo il pacco che ha in mano e prende la pistola. Steve gli ha fatto vedere la pianta della casa. Bob passa nell’ingresso.

Quando arriva ai piedi delle scale, Bob sente i gemiti. Sembra… sì, stanno scopando. Sempre che non sia una finta, per ingannarlo. In questo caso Bob è spacciato, ma la cosa non lo preoccupa: si risveglierebbe nella cascina dove lo aspetta Steve.

Bob sale in silenzio, badando a non fare il minimo rumore. Al primo piano una porta è aperta e dall’interno proviene una luce. Bob si affaccia. L’uomo più giovane è steso sul letto, a gambe larghe. Quello più anziano è sopra di lui. Lo sta fottendo.

Bob fa due passi avanti. L’uomo che sta sopra si accorge della sua presenza e volta la testa verso di lui. Bob spara, due proiettili. La pistola ha il silenziatore e si sentono solo due colpi secchi. Bob è un buon tiratore e la distanza è minima. L’uomo emette un grido strozzato e crolla sull’altro, che si volta verso Bob. Prima che Bob riesca a sparare, l’uomo si protende e apre il cassetto del comodino. Bob spara mentre l’uomo afferra l’arma. La mano ricade inerte. Bob si avvicina. Steve gli ha dato istruzioni precise. I due sono già morti, non ci possono essere dubbi, ma bisogna averne la certezza assoluta. Bob spara a entrambi un colpo alla nuca.

Bob guarda i due cadaveri. È turbato. Non aveva mai ucciso a sangue freddo. Non saprebbe dire che cosa ha provato. Nessuna particolare emozione. Quelli che ha ucciso non erano più uomini, ma automi comandati dall’esterno.

Bob esce dalla porta da cui è entrato, ripercorre il breve tratto di strada e raggiunge l’auto. Mette in moto e si allontana. Quando ha percorso qualche miglio, si rende conto di essere stanco, molto stanco. Ha dormito pochissimo la notte scorsa e adesso che la tensione si è allentata, gli si stanno chiudendo gli occhi dal sonno. Bob accende la radio e cerca una trasmissione che lo interessi. Non vuole addormentarsi mentre guida.

Quando arriva alla cascina dove lo aspetta Steve, è esausto.

- Tutto bene, Bob?

Bob annuisce.

- Sì, li ho uccisi tutti e due e ho sparato ancora un colpo alla nuca. Ma erano già morti.

- Benissimo. Ora credo che sia meglio che tu ti stenda. Sei stravolto.

Bob annuisce. Steve indica una porta.

- Quella camera lì. È tutto pronto.

- Grazie.

Bob entra nella stanza. Il letto è stato rifatto. Bob si spoglia, fa un salto in bagno e poi si stende. Si addormenta subito e dorme, senza sogni.

Il mattino dopo Bob si sveglia tardi. Steve ha preparato tutto per la colazione. Chiacchierano un momento, senza fare riferimento alla missione svolta. Solo quando Bob ha finito la colazione, Steve dice:

- La faccenda si chiude a Fort Greenwall. Dobbiamo fornire tutte le informazioni in nostro possesso. Ti proporranno di lavorare per noi, ma non è necessario che tu dia subito una risposta. Puoi tornare alla tua vita normale e decidere con calma.

- Va bene.

- Adesso raggiungiamo la base militare qui vicino e poi ci portano in volo a Fort Greenwall. Andiamo con la mia auto. Tanto ci riporteranno alla base insieme.

Quando sono pronti, Steve prende l’auto. Bob lascia la sua alla cascina e sale con Steve. In auto Steve avvisa Bob:

- Ti avviso, ci sono già passato: è uno sfinimento.

- Che cosa intendi dire?

- Che ci interrogheranno per ore e ore. Probabilmente per giorni. Forse con te no, ne hai uccisi solo due. Ma vorranno sapere tutto e quando dico tutto, intendo proprio tutto.

- Va bene. Per una volta tanto nell’interrogatorio dovrò dare le risposte invece di fare le domande.

- E poi saremo giustiziati.

- Cosa?

- Non scherzo, Bob. Avevamo una missione da compiere, l’abbiamo svolta. Adesso verremo eliminati e i nostri corpi ritorneranno a essere quelli di sempre: se tra una settimana qualcuno ci ammazzerà, saremo morti e basta. Non è pensabile che in giro ci siano uomini immortali.

- Sì, capisco, è sensato, ma… un’esecuzione…

Steve alza le spalle.

- Puoi farlo da te, se preferisci. Una pastiglia di veleno, ti spari un colpo alla testa. La prima volta ho preso la pastiglia, che sarebbe il metodo standard. Indolore. Ma anche insapore. In tutti i sensi.

Steve ride.

- La prima volta? Cazzo, Steve, questo non me l’hai detto. Ci sono state altre volte?

E mentre lo dice, Bob si rende conto che non è strano che Steve abbia già compiuto altre azioni.

- Bob sono un agente specializzato in questo tipo di missioni: ne ho compiuto sette.

- E ogni volta…

- E ogni volta alla fine della missione dovevo essere eliminato, anche se magari potevo partire per una nuova missione una settimana dopo. Il protocollo è rigidissimo e va rispettato.

- E come hai deciso di finire? Dopo la prima volta, intendo.

- Non hai una grande scelta. Loro possono fucilarti o impiccarti. Oppure in una cella uno può spararti o accoltellarti. Hanno gente a cui piace uccidere. E sai benissimo le sensazioni che proviamo a essere uccisi. È molto più piacevole che una pastiglia di veleno.

Steve ride di nuovo.

- Queste sono cose che non potrai mai raccontare a nessuno, perché ti prenderebbero per pazzo, ma sei stato ammazzato due volte e sai che cosa si prova.

Bob annuisce. Steve riprende:

- Delle ferite non rimarrà traccia, neppure le cicatrici. È un processo più complesso di quello che viene adottato quando si è uccisi in missione.

Bob è incuriosito e vorrebbe chiedere ancora, ma sono arrivati alla base e Steve gli ha raccomandato di non fare nessun riferimento alla loro missione in presenza di terzi. I militari della base sanno solo che loro sono due agenti da portare a Fort Greenwall.

Durante il volo parlano poco. A un certo punto Bob si addormenta.

Arrivano in serata e sono accompagnati alle loro camere.

Le formalità e gli interrogatori non sono lunghi come li ha descritti Steve, almeno per Bob. Ma in effetti la sua partecipazione è stata ridotta. In poche ore Bob ha finito. Con Steve la faccenda è diversa. Bob lo rivede solo nel tardo pomeriggio, chiaramente provato.

- Cazzo, Steve! Si direbbe che tu abbia corso la maratona di New York.

- Mi hanno spremuto come un limone, come al solito. E la metà delle cose che mi hanno chiesto le sapevano benissimo. Comunque è fatta. Domani mattina ho ancora un colloquio, poi ci fanno fuori e domani sera o dopodomani partiamo.

Bob annuisce, senza dire nulla. Steve chiede:

- Hai deciso come finire, Bob?

Bob guarda Steve e sorride.

- Ho un’idea, se sei d’accordo.

- Devo essere d’accordo io?

- Sì, ti coinvolge.

- Va bene. Dimmi.

Bob ridacchia. È leggermente imbarazzato, ora.

- Quella sera, quando ci siano visti per la prima volta, a Topeka…

Bob si interrompe. Steve dice:

- Tre sere fa.

Bob annuisce. Sì, sono passate solo tre sere, anche se gli sembra di più.

- Insomma, io ero venuto per…

- Per scopare, Bob, lo so. Di solito non si va in un locale gay dove non si conosce nessuno per fare due chiacchiere.

- Già, ma quello stronzo con cui contavo di scopare, invece mi ha sparato.

Steve scuote la testa.

- Bisogna saper scegliere con cura. Andare a casa del primo venuto, uno sconosciuto, può essere pericoloso.

- Non era proprio uno sconosciuto.

- E che cosa sapevi di lui?

- Che aveva ammazzato diversi tizi.

Steve ride.

- E allora, che cos’altro potevi aspettarti?

Anche Bob ride. C’è un momento di silenzio, poi Bob riprende.

- Secondo me, quel tizio mi deve un indennizzo.

- Tu dici?

- Sì, mi ha agganciato in un locale gay, mi ha proposto di andare da lui e poi mi ha lasciato a bocca asciutta. Non è giusto, non ti pare?

In realtà quella sera Bob è venuto due volte, ma Steve ha mangiato la foglia e non sta a sottilizzare.

- Bob, mi piaci parecchio e mi piacerebbe molto scopare con te. Ma bada, è vero che quando moriamo veniamo, ma non vale il contrario. E tu devi morire.

Bob annuisce.

- Lo so, Steve. Se ti va bene, scopiamo e poi lo fai tu.

Steve lo guarda. Sorride.

- Può essere un’idea. In fondo ti ho già ammazzato una volta. Hai preferenze?

- No, nessuna. Vedi tu.

- Va bene. Vuoi che lo facciamo questa sera o domani?

Bob alza le spalle, ma guardando Steve si rende conto che ha voglia di scopare con lui. Adesso.

- Se ti va bene, lo farei ora.

- D’accordo.

- Allora svolgiamo le diverse formalità e poi ci possiamo divertire.

Le formalità sono rapide. Bob firma un foglio in cui dichiara di aver scelto che sia Steve a ucciderlo e Steve controfirma la richiesta, come accettazione.

Steve si allontana un momento e poi ritorna. Scendono nei sotterranei.

- Le esecuzioni si svolgono tutte nelle celle, a parte le fucilazioni, per quelle si usa un piccolo cortile. Nessuno deve vedere qualcuno che viene ammazzato e poi se ne va vivo, anche se molti qui dentro sanno benissimo che cosa succede. Diciamo che le precauzioni non sono mai troppe.

Steve apre la porta della cella. La stanza è piccola. C’è un pagliericcio per terra.

- Non è il massimo…

Bob sorride.

- Per me va bene.

Steve chiude la cella.

Bob e Steve si guardano.

- Mi piaci parecchio, Bob.

- Anche tu mi piaci, Steve.

Steve fa un passo avanti. Ora i loro corpi si sfiorano. Steve bacia Bob sulla bocca. Un bacio leggero. Poi si stacca.

Bob ghigna e dice:

- Tutto qui?

Steve lo guarda sorridendo e lo bacia di nuovo. Questa volta il bacio dura più a lungo.

- Va meglio?

- Non è proprio il massimo, ma se devo accontentarmi…

Steve scuote la testa, lo bacia di nuovo e questa volta spinge la lingua tra le labbra di Ben, che apre la bocca e l’accoglie. Dopo un lungo bacio, Bob esclama:

- Sì, così ci siamo.

- Certo che sei esigente!

- Un indennizzo è un indennizzo…

Steve incomincia a spogliare Bob. Gli toglie la giacca, poi gli sbottona la camicia. Avvicina la testa al petto di Bob e gli morde un capezzolo, poi l’altro, mentre le sue mani si posano sui suoi fianchi.

- Ahia!

Steve accarezza con la lingua un capezzolo, poi incomincia a succhiarlo. Bob mugola e le sue mani accarezzano la testa di Steve.

Dopo un po’ di manovre, Steve slaccia la fibbia dei pantaloni di Bob e abbassa la cerniera. I pantaloni scivolano. Steve mette le mani sui fianchi di Bob e abbassa gli slip. Guarda il cazzo che emerge, già turgido, anche se non ancora completamente rigido. Sorride e avvicina la bocca. Passa la lingua sull’asta, dalla base fino alla cappella, poi la fa scendere, fino ai coglioni. Risale e questa volta prende in bocca la cappella e incomincia a succhiarla dolcemente. Intanto le sue dita stringono il culo di Bob, poi si avvicinano al solco e il medio della destra cerca l’apertura, che incomincia a stuzzicare. Bob geme: le sensazioni che gli trasmettono la bocca e le mani di Steve sono forti, il cazzo gli si è completamente irrigidito. Bob accarezza la testa di Steve, le sue mani scendono lungo la schiena dell’amico.

Bob non dice nulla, si abbandona alle sensazioni che lo assalgono, sempre più forti. Si rende conto di essere sul punto di venire.

- Fermati, Steve…

Steve obbedisce. Lascia il boccone e guarda Bob, senza alzarsi.

- Steve, vorrei… ti va bene se te lo metto in culo?

Steve annuisce. Si spoglia in fretta, dando la schiena a Bob. Posa i suoi indumenti di fianco al pagliericcio. Bob si rende conto di non avere il preservativo.

- Cazzo! Ho lasciato i preservativi nel borsone.

- Non occorrono, Bob. Tra non molto sarai morto e anche se tu venissi contagiato, qualunque malattia tu ti sia preso durante questa missione scomparirà.

- Grandioso!

Steve sorride.

- Come mi metto?

- Sdraiati sulla schiena. Voglio vederti mentre ti fotto.

- Va bene.

Steve si stende sul pagliericcio e allarga le gambe. Bob si inginocchia tra le gambe aperte. Accarezza il corpo di Steve, dal viso al cazzo ormai teso, poi le sue mani risalgono e si fermano sul petto. Bob si china in avanti e bacia Steve sulla bocca.

- Mi piaci molto, Steve.

- Anche tu mi piaci molto, Bob.   

Bob solleva una gamba di Steve e se la appoggia su una spalla, poi fa lo stesso con l’altra. Guarda Steve e sorride. Si bagna le dita e inumidisce l’apertura. Ripete l’operazione due volte, poi guarda il culo di Steve che tra poco prenderà. Avanza lentamente, fino a che la cappella forza l’apertura. Aspetta un attimo, poi spinge più a fondo. C’è una leggera contrazione nel viso di Steve, che chiude gli occhi e poi sorride.

Bob arretra un po’ e poi avanza di nuovo, due volte. Steve apre gli occhi e il suo sorriso si allarga. Bob incomincia a muovere il culo avanti e indietro a un ritmo sostenuto. Spinge con decisione e arretra. Due volte il cazzo esce e Bob lo infila nuovamente, con decisione. Steve emette dei leggeri gemiti. Bob sente che sta per venire e rallenta la cavalcata. Non vuole. Non ancora. È bello sentire la carne di Steve intorno al suo cazzo, il calore di questo corpo. Dopo una breve pausa, Bob riprende, piano, ma il piacere cresce e Bob si rende conto che ormai non può più arrestarlo. Con una serie di spinte decise viene, emettendo un suono inarticolato.

Bob esce da Steve e si stende su di lui. Chiude gli occhi. È bello stare così.

Steve gli accarezza la testa, la schiena, il culo. Stuzzica di nuovo l’apertura e un dito si infila dentro, deciso. Bob sussulta.

- Posso prenderti io, Bob?

Bob annuisce. Dopo un momento scivola di fianco a Steve, che si mette in ginocchio. Bob volta la testa e guarda il cazzo di Steve, grande e rigido. Steve passa la lingua sul solco, poi morde con decisione le natiche, più volte, poi di nuovo la sua lingua scorre e indugia sull’apertura. È maledettamente piacevole, anche se Bob si sente sazio.

Steve lavora un buon momento con la lingua, poi Bob sente la pressione del cazzo di Steve. È grosso, rigido, caldo. L’ingresso è un po’ doloroso, ma piacevole.

Steve si muove piano, gli lascia il tempo di abituarsi. Poi il suo movimento diventa più rapido, le spinte più violente. Bob sente il seme di Steve che si sparge dentro di lui.

Steve bacia Bob sulla nuca, con impeto. Poi si gira su un fianco, forzando Bob a fare altrettanto. Bob vede appena la lama che ora gli squarcia il ventre. Il dolore è violento, ma il piacere è molto più forte. Il cazzo gli si tende allo spasimo, mentre la lama si ritrae e affonda nuovamente, più volte. A ogni colpo il piacere cresce, mentre il dolore rimane sullo sfondo, come se fosse lontano. Il piacere è incontenibile. Quando infine la lama affonda nel cuore Bob viene. Mentre muore è conscio del seme che esce a getto continuo, anche se è venuto forse un quarto d’ora fa.

 

Quando Bob si risveglia, è notte.

Accanto a lui è seduto uno degli ufficiali che ha già avuto modo di vedere. L’uomo gli dice:

- Il processo è concluso. Il suo corpo ha riacquistato le caratteristiche di prima. Domani pomeriggio potrà partire, dopo aver parlato con il capitano.

Bob si mette a sedere.

- Grazie.

Bob si riveste. L’ufficiale lo accompagna alla sua camera. Bob si stende sul letto. Non sente il bisogno di dormire, ma vuole riflettere. Tutto ciò che ha vissuto in questi ultimi giorni gli sembra irreale. Eppure è a Fort Greenwall e non ha sognato. Bob si chiede che cosa farà. Accetterà di entrare nella CIA-SC? Sarebbe un cambiamento totale nella sua vita. Vuole pensarci con calma. E Steve? Steve non c’entra, ha scopato con lui, ma tra loro non esiste altro. Però gli piace.

Bob si addormenta tardi.

 

Bob non rivede Steve fino al mattino seguente, verso mezzogiorno.

- Ho finito con gli interrogatori. Meno male. Adesso mi ammazzano e tra tre ore possiamo partire.

Bob vorrebbe chiedere a Steve come si farà ammazzare, ma non vuole mostrarsi troppo curioso. Si limita a dire:

- Buon divertimento.

Steve sorride.

- Tutto bene, ieri?

- Sì, è stato fantastico. Tutt’e due le volte.

- Ma la seconda meglio.

Bob annuisce.

- È vero. Ma la prima… era più reale.

- Sì, capisco cosa intendi. Adesso però devo andare. Ci vediamo dopo.

- A più tardi.

Steve se ne va e poco dopo Bob viene chiamato in un ufficio. Insieme al comandante della base c’è un uomo che si presenta come dirigente della CIA, sezione SC.

Il dirigente fa i complimenti a Bob per aver portato a termine la sua missione e conclude:

- Sei in gamba. Per cui se vuoi lavorare con noi, saremmo ben contenti di prenderti. Ci servono uomini. Anche se questa missione è stata conclusa, il pericolo non è stato scongiurato. Abbiamo vinto una battaglia, ma la guerra continuerà, in altri modi. E in ogni caso, ci sono altri problemi… da risolvere.

Bob annuisce. Sa che non può chiedere in che cosa esattamente consiste il pericolo, perché se neppure Steve, che lavora da tempo per la CIA-SC, è stato informato, significa che queste informazioni non vengono date a chi prende parte alle missioni. Chiede alcuni dettagli relativi al lavoro che farebbe e alla sua posizione all’interno dell’organizzazione. Il dirigente fornisce tutte le informazioni. Poi Bob dice:

- Vorrei pensarci con calma.

- Mi sembra ragionevole. Ti do gli estremi della persona a cui rivolgerti per dare la tua risposta. Ti chiediamo di farlo entro due settimane.

Concluso il colloquio, Bob torna nella camera che gli è stata assegnata e attende Steve. Questi arriva nel primo pomeriggio.

- Tutto bene?

- Grandioso, come sempre. Devo dire che questa parte è quella che mi piace di più. Adesso possiamo andarcene. Tra un’oretta partiamo con l’aereo.

- Come mai tu non ti fermi qui?

Steve ride.

- Cazzo! Non vivo mica qui, sarebbe da impazzire. Sto vicino a Green Bay, sul lago Michigan, in mezzo ai boschi. Una volta o l’altra devi venire a trovarmi. Ti lascio l’indirizzo.

Bob annuisce. Non gli spiace l’idea. Non gli spiace per niente.

Steve aggiunge:

- In ogni caso questa missione ha richiesto due mesi. Adesso ho diritto a una pausa. Tre settimane di ferie nella mia casetta, a guardare i cervi dalla finestra e passeggiare lungo il lago.

- Dev’essere un bel posto.

- Se ami il silenzio e la natura, è un paradiso. Per stare da soli. O in due.

Steve ammicca.

Bob scuote la testa.

- Non ho ferie, io. Ma abito a Chicago, non è lontana e se mi inviti potrei passare un fine settimana da te.

- Sarebbe un’ottima idea.

Steve gli dà indirizzo e numero di telefono e Bob dà i suoi. Prima di partire chiacchierano ancora un momento della missione, ma anche se Bob ha contribuito a portarla a termine, Steve può raccontargli solo della parte che ha svolto: sulle forze contro cui hanno combattuto non sa nulla in più di quello che ha già detto a Bob. Steve dice solo:

- Come ti ho detto, credo che siano all’opera forze non di questo pianeta. Tutte queste tecnologie sono troppo avanzate. Il controllo totale delle menti, il ritorno in vita e tutto il resto… non credo che queste tecniche possano essere state sviluppate senza che nessuno sapesse nulla.

- E quindi… pensi ad alieni?

- Forse. Mi sono fatto l’idea che si stia combattendo per il controllo dell’Universo o, più probabilmente, di una fetta dell’universo. Una fetta in cui c’è la nostra galassia. Una forza agisce distruggendo le menti delle persone per farne strumenti di questa impresa di conquista, l’altra si oppone. Non so quanti governi della Terra siano schierati in questa guerra e da che parte stiano. Non so un cazzo, Bob. Faccio ipotesi.

- Prima di questa azione ti avrei preso per un uno dei tanti svitati in circolazione. Adesso tutto quello che dici mi sembra verosimile. Probabilmente sto andando fuori di testa anch’io.

Steve ride. Poi dice:

- Da quel che ho capito, la minaccia è stata sventata, ma non è detto che non ce ne siano altre. Loro, chiunque siano, non si arrenderanno facilmente.

- Sì, è quanto hanno detto anche a me. Quindi probabilmente ci sarà ancora da fare.

- Lo penso anch’io.

In aereo scambiano poche parole. Quando infine sono in auto, diretti verso la cascina dove Bob ha lasciato la sua, Steve dice:

- Spero di vederti ancora, Bob. Conti di lavorare per noi?

- Voglio ancora pensarci, ma credo di sì.

Steve sorride.

- Allora ci ritroveremo. Avendo già lavorato insieme, è facile che ci facciano lavorare in coppia.

Appena arrivati alla cascina Steve gli dice che partirà subito: ha parecchia strada da fare. Abbraccia Bob e lo bacia, spingendo la lingua dentro la sua bocca. Poi si stacca e dice:

- Altrimenti ti lamenti che è troppo poco.

Bob ride.

Steve aggiunge:

- L’offerta di venire da me è valida.

Bob annuisce. Vorrebbe fissare una data ora, ma preferisce non farlo. Anche su questo deve riflettere: è abituato a ponderare le sue scelte.

Guarda Steve salire e mettere in moto e poi rimane a fissare l’auto che si allontana. Sì, non gli spiacerebbe lavorare ancora con lui.

 

Sono passati dieci giorni. Bob saluta i colleghi e si avvia verso a casa. Oggi ha fatto tardi e ormai è buio. Di solito usa la metropolitana per il tragitto tra la casa e l’ufficio, ma Bob ha voglia di muoversi un po’ e si avvia a piedi. Gli ci vorranno tre quarti d’ora per arrivare, di buon passo, ma non ha importanza. Mentre cammina, riflette.

In questi giorni, Bob è molto pensieroso. Lo hanno notato anche i suoi colleghi, gli amici e il fratello. Alle domande Bob si è limitato a rispondere che ha ricevuto una proposta di lavoro e la sta prendendo in considerazione. È la verità, ma solo una parte della verità. Tra pochi giorni deve dare una risposta alla CIA, sezione SC.

Ma c’è anche altro. Il pensiero di Bob va spesso a Steve, che lo ha invitato a fargli visita in un fine settimana. Bob ha pensato di farlo il primo week-end dopo la loro separazione, ma poi ci ha rinunciato. Ha passato sabato e domenica a chiedersi se ha fatto bene o no a non andare. Steve gli piace, parecchio, e Bob ha paura di legarsi troppo a lui. Lo conosce appena, di fatto non sa quasi nulla di lui.  

Dopo essere salito al suo appartamento, al sesto piano, Bob prende una birra dal frigo e si affaccia alla finestra della camera da letto. Di lì c’è una bella vista sulla città e sul lago. Bob dovrebbe mangiare, guardare un po’ di televisione e poi mettersi a letto. Ma Bob non ha fame e i pensieri vagano.

Dopo essere rimasto un po’ alla finestra, Bob si riscuote. Rientra e tira fuori il cellulare.

Bob si siede sul letto. Guarda l’ora. Le dieci. Tardi, ma non così tardi da non poter telefonare a Steve.

Bob seleziona il numero di Steve e preme il tasto della chiamata.

Steve risponde al secondo squillo.

- Bob! Mi fa piacere sentirti.

Bob non sa come rispondere. Chiede:

- Stai bene, Steve?

- Io sì. E tu?

- Tutto a posto.

- Hai preso una decisione, Bob?

- Sì.

- E qual è?

- Vengo da te questo fine settimana.

 

2018

 

 

 

 

 

 

 

 

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