Il bacio di Giuda

 

Presentazione

 

Si lascia cadere in ginocchio, come schiacciato da un peso che non riesce più a reggere. China la testa, poi la solleva e grida al cielo la sua angoscia. Non c’è risposta. E allora, con fatica, si rialza e scende verso il prato su cui dormono i tre discepoli.

Ora. Tocca a me. Devo fare la mia parte. Svolto l’angolo e percorro la breve salita che mi separa dal prato. Lui mi guarda. Ci sono tristezza e rassegnazione nei suoi occhi. Mi avvicino. Lo abbraccio. Penso che è per l’ultima volta ed è un pensiero lancinante. Per l’ultima volta, poi non potrò più toccarlo. Sono arrivato a tanto, che rimpiango questo leggero abbraccio come se fosse un amplesso? E mentre me lo chiedo, mi rendo conto che le mie braccia lo stringono troppo, ma la sensazione della carne sotto il tessuto mi stordisce.

Tremante avvicino le mie labbra alla sua guancia e lo bacio. È bello poterlo baciare e stringere, anche solo per un attimo, anche se vorrei che le mie labbra incontrassero le sue e non si limitassero a sfiorargli la pelle. Mi guarda fisso e non so capire che cosa esprimono i suoi occhi. È solo la sofferenza per il mio tradimento, come richiede la parte, o c’è altro? No, non c’è altro. È perfettamente nella parte, lui, concentrato nel suo ruolo. Io no, la mia mente gira a vuoto oggi, in un delirio, e mi sembra di aver sbagliato tutto. Sì, ho davvero sbagliato tutto. Non la mia parte: ho fatto quello che dovevo fare. Ho sbagliato la mia vita. Avevo un’occasione e l’ho gettata. Ora è troppo tardi.

Lo afferrano, brutalmente, e lo portano via, lasciandomi solo con un coagulo di rimpianto ed angoscia. Rimango lì, a guardare, finché il riflettore si spegne e ripiombo nel buio. C’è davvero buio, dentro di me. Questa sera Enrico si cambierà ancora una volta a casa mia e poi scomparirà dalla mia vita. L’angoscia che mi assale è devastante. Vorrei gridare.

 

Da lontano seguo le fasi del processo e intanto penso a lui, a Enrico Rocci. È il dottore della vallata e impersona Gesù nella Passione che ogni anno rappresentiamo qui in paese. È un evento che coinvolge un po’ tutti, una tradizione molto viva, che mi piace perché non si è trasformata in un grande spettacolo per i forestieri, come in altri posti. La facciamo una volta sola, la sera del venerdì santo, alla buona, anche se con il tempo i costumi si sono arricchiti e adesso affittiamo anche i riflettori. Viene gente da fuori ad assistere, soprattutto dai paesi vicini.

La parte di Gesù era stata assegnata a Luigi Ferrari, come nei tre anni precedenti: ha l’età giusta ed è un Gesù credibile. Ma a due settimane dalla rappresentazione, Luigi si è beccato la pleurite ed è stato ricoverato d’urgenza. Per sua fortuna, niente di particolarmente grave, ma di certo non poteva partecipare alla Passione.

Trovare un sostituto per Gesù in così poco tempo non era precisamente facile: non è una parte qualunque e il tempo per prepararsi era ridottissimo.

Alla riunione in parrocchia quella sera sembravamo tutti dei cani bastonati. Ci guardavamo mogi, mogi, tirando fuori qualche nome improbabile: Luca, che non si ricorda neanche come si chiamano i clienti del suo bar, figuriamoci imparare la parte; Davide, che la parte l’avrebbe imparata, ma un Gesù alquanto grasso, per non dire obeso, non era proprio credibile; Ernesto, che però quando deve parlare in pubblico balbetta; Corrado, capace di bestemmiare se inciampa o se la luce dei riflettori gli va negli occhi; Pino, che porta i capelli come un marine e, se magari a quello si poteva rimediare con una parrucca, ha pure i tatuaggi sul torace e sulle braccia (e che tatuaggi!). No, non c’era in paese un solo candidato decente, a meno di non assegnare la parte di Gesù a Taddeo, che faceva Ponzio Pilato, e di lì a scalare, in una serie di spostamenti a catena che avrebbero creato a tutti difficoltà insormontabili. Eppure quella pareva l’unica soluzione. Fino a che non parlò Pina (Maddalena):

- Perché non chiediamo al dottore Rocci? So che una volta recitava in una compagnia di dilettanti. E come Gesù me lo vedo benissimo.

Su quello non si poteva che essere d’accordo: Enrico è un Gesù perfetto, senza bisogno di trucco. I capelli un po’ lunghi, la barba corta, bello, perché, cazzo!, Enrico è bello. Come Gesù è davvero l’ideale. Un Gesù così non ce l’ha nessuno.

Don Matteo non era d’accordo, per niente. Enrico non va in chiesa. Non è uno che sbandieri le sue idee ai quattro venti, ma don Matteo sospetta che voti pure a sinistra (questo però don Matteo non lo disse, sapeva benissimo che nella sala parrocchiale ce n’erano diversi di quelli che votano a sinistra). Eppure, chi, se non lui? Dopo qualche altra proposta impossibile (Damiano, quello che prima ha messo incinta una quattordicenne, poi è finito in carcere per due furti; quello no, al massimo gli si poteva dare la parte del ladrone cattivo), don Matteo si rassegnò e partimmo in delegazione per la casa del dottore: Enrico non sta al paese, ma a Castelgrande, ad una dozzina di chilometri. Andammo in tre: Pina, che aveva avuto l’idea, Ennio, che è il braccio destro di don Matteo nell’organizzazione della Passione, ed io, che conoscevo abbastanza bene Enrico, perché aveva curato a lungo mio padre. Mi piaceva molto e non solo perché è bello, cazzo!, se è bello (forse l’ho già detto), ma perché ha un bel carattere, sereno, dolce. È riservato ed anche questo mi piace di lui. Insomma, ero già un po’ innamorato di Enrico prima di questa Passione.  

Andando da lui ci chiedevamo se avrebbe accettato. Ennio era pessimista: figuriamoci, quello aveva altro da fare e poi non gliene fregava niente. Probabilmente non era neanche a casa. Era possibile: noi avevamo solo il numero di telefono dello studio, per cui non avevamo potuto avvertirlo del nostro arrivo. Per fortuna Pina sapeva dove abitava. Ripensandoci, Pina sa un po’ troppe cose di Enrico, mi chiedo come ha fatto a saperle, sarà solo che le donne sono curiose come scimmie?

Enrico era a casa. Ci aprì la porta un po’ stupito, ma molto cortese, bello, perché, cazzo!, dovete sapere che è bello, è proprio bello. Ennio era già pronto per il no ed io mi bevevo il dottore con gli occhi, pensando che se diceva di sì me lo baciavo pure, dato che faccio Giuda (parte che nessuno voleva e che don Matteo mi ha assegnato con piacere, perché anch’io non vado in chiesa). Pina formulò la domanda ed Enrico disse subito che avrebbe impersonato Gesù molto volentieri e che avrebbe cercato di fare del suo meglio. Così tornammo vittoriosi con il nostro Gesù, che ha finito per convincere tutti, anche don Matteo. Siamo riusciti a fare le prove: per fortuna la primavera è arrivata presto, quest’anno, e la stagione delle influenze è finita, così Enrico non è stato oberato di lavoro e il tempo clemente ci ha permesso di fare qualche prova extra per recuperare. Enrico ha studiato la sua parte e l’ha imparata molto in fretta, ha subito dimostrato notevoli doti nel recitare e poi ha proprio il fisico adatto, perché, non so se l’ho già detto, ma è bello, cazzo!, se è bello!

 

In questi giorni Enrico è venuto da me a cambiarsi: disse subito che preferiva non girare in costume e a me venne spontaneo offrirmi, visto che lo conosco un po’ meglio degli altri e poi abito a due passi dall’area in cui si svolge la Passione. Va bene, non posso giurare di non avere avuto qualche secondo fine: Enrico disse che voleva un posto per potersi cambiare e fare una doccia prima di tornare a casa e all’idea della doccia aprii bocca prima di darmi il tempo di pensare - e soprattutto prima che qualcun altro si offrisse. Per fortuna nessun altro dei presenti si fece avanti: avremmo rischiato di dover sostituire un altro attore, perché l’avrei ammazzato. Non è corretto, lo so, ma, cazzo!, faccio Giuda, no?

 

Adesso viene la parte migliore, quando spogliano Gesù. Lo confesso, mi viene duro ogni volta, perché Enrico mi piace. Normale, no? È bello, cazzo!, se è bello. Mi viene duro anche a casa, quando Enrico si toglie l’abito da Gesù e rimane con i boxer, prima di entrare in bagno e farsi la doccia. Quante volte ho dovuto reprimere la tentazione di saltargli addosso! L’avrei fatto, cazzo!, se l’avrei fatto!

Ma i miei sogni sono una cosa, la realtà è un’altra. E allora mi sono controllato. Ho fatto qualche battuta molto innocente, qualche apprezzamento, ma niente di più: a buon intenditor, poche parole, ma il dottore non ha dato segno di intendere ed io non sono andato oltre. Non voglio che in paese si sappia che sono gay e soprattutto non voglio che Enrico mi disprezzi. Perché se prima che lui accettasse la parte già mi piaceva un casino, in questi giorni in cui abbiamo avuto tante occasioni di parlare di argomenti diversi, mi sono reso conto di essermi innamorato come un coglione, come se avessi vent’anni e non trenta. Dovrei aver imparato un po’ di cose nella vita, ma non è così, evidentemente. Come quasi dieci anni fa, mi sono innamorato di uno di cui non conosco i gusti e che magari se gli dicessi che sono gay, mi insulterebbe. No, non è vero, non Enrico, non è il tipo. Ma magari sarebbe imbarazzato e sotto sotto schifato. Ed io non me la sento di sopportare il suo disprezzo.

Non è stato facile stargli accanto in questi giorni, è stato un supplizio continuo, ma un supplizio a cui non avrei rinunciato per tutto l’oro del mondo. Giorno dopo giorno vederlo a casa mia, mezzo nudo - non si è mai spogliato completamente - desiderarlo e non potergli dire niente. Ma non so nulla dei suoi gusti, nessuno ne sa nulla, non abbiamo mai parlato dell’argomento. Potevo mica dirgli così, a bruciapelo: - Ti piacciono gli uomini?

Questa sera sarà l’ultima volta e mi rendo conto che il solo pensarlo mi fa stare male. Lo stomaco mi si contrae ed ho voglia di piangere. Mi do del coglione: l’ho avuto a casa mia per sette-otto volte in queste due settimane e non sono neanche stato capace di fargli capire con un cenno che mi piace, mi piace un casino, perché è bello, cazzo!, se è bello.

Abbiamo parlato della rappresentazione, delle sue esperienze teatrali, della sua scelta di vivere qui, dei miei studi, del mio lavoro. Una volta o due ho buttato lì una mezza parola, una domanda indiscreta, ad esempio se tutte queste prove non gli creavano problemi, se non c’era qualcuna che magari si lamentava perché lui non si faceva più vivo, ma lui mi ha detto che non c’era nessuno. Ha usato il maschile e non il femminile, ma non vuole dire niente. Avrei voluto fare qualche battuta sul fatto che c’era qualcuno che invece era molto contento che lui fosse lì (e che poteva dimostrarlo in modo inequivocabile, tirandosi giù i pantaloni), ma capivo benissimo che non potevo permettermelo.

E così ho vissuto questi quindici giorni in continua tensione, nella testa e nell’uccello. Confesso che più di una volta la mia destra è dovuta intervenire, per risolvere la situazione, almeno a livello fisico. Perché per quel che riguarda la testa, è andata peggiorando e ormai non ragiono più, mi ridico in continuazione le stesse cose, ci giro intorno barcollando come un ubriaco. Prima di questa storia, Enrico mi piaceva e ci avrei provato volentieri con lui. Ero decisissimo a farlo. Ma è scattato qualche cos’altro ed io mi sono ritrovato sempre più innamorato e sempre meno sicuro di me. Che cosa può trovarci uno come lui, bello, cazzo!, se è bello!, bello, dicevo, laureato, medico, colto, in uno come me, che fa l’impiegato in una fabbrica di porte e non ha neanche una laurea. Lo so, non è questo l’importante, ma mi sento un povero coglione. Anche se fosse gay, che può vederci in me, uno come lui? 

Lo guardo e mi rendo conto che sto male. Tra poco ci perderemo, perché non avremo molte occasioni per vederci. Dovrei sperare di ammalarmi per farmi curare da lui, ma sono sano come un pesce e se non fosse stato per mio padre, non avrei neanche saputo che faccia aveva il mio medico (una bella faccia, cazzo, se è bella!).

 

Issano le croci. Il temporale, annunciato per la sera, arriverà presto: dalle parti di Castelgrande si vedono lampi illuminare il cielo, nero di tempesta. E io mi sento la gola secca. Il desiderio sale, di nuovo, nonostante la disperazione. La mia testa continua a girare in tondo, a ripensare a quello che avrei potuto dire e fare, ma ormai è tardi. Non ci sono altre possibilità. Questa sera Enrico si farà la doccia e scomparirà dalla mia vita. Pensavo che questi quindici giorni mi avrebbero permesso di conoscerlo un po’ più a fondo (in senso biblico, insomma), ma non è stato così: sono solo riusciti a farmi innamorare completamente. Fottuto in pieno e solo, ahimè, in senso figurato.

Adesso però non posso indugiare molto nei miei pensieri, perché tocca di nuovo a me. Corro al tempio, grido la mia rabbia e la mia disperazione ai sacerdoti, sto recitando, ma soffro realmente. Poi getto le monete sul tavolo e corro a impiccarmi. Penso che vorrei morire davvero e mi dico che sono un coglione e quasi piango sul serio, in questa rappresentazione in cui le emozioni sono tutte autentiche. Fabio fissa la corda all’imbracatura che ho indossato ed io salgo sul ramo basso. Il riflettore mi illumina, urlo le mie ultime parole e salto nel vuoto, rimanendo sospeso.

La luce su di me viene spenta e quelle sulle croci vengono accese. Io ho finito. Fabio mi cala a terra e mi dice:

- Accidenti, Giorgio, sei stato bravissimo. Sembravi davvero disperato. Mai visto un Giuda così convincente.

Annuisco, bofonchio un “grazie” senza convinzione: non ho nessun merito, non ho dovuto fingere. Non sembro disperato, lo sono.

 

Ecco l’ultima scena, l’agonia di Gesù. In lontananza i lampi sembrano moltiplicarsi, il temporale cresce di intensità e si avvicina. Ma ormai siamo alla fine. Il cielo in tempesta fa da sfondo alla scena conclusiva, alla morte, pubblica e finta, di Gesù e all’angoscia, privata e vera, di Giuda. Le ultime parole gridate al cielo e infine i riflettori si spengono. Abbiamo concluso, prima del temporale. Ed è finita.

Io sono nell’androne di un portone, nell’oscurità. La gente passa lungo la strada, tornando alle proprie case e alle auto. Sento qualche commento, tutti molto favorevoli. Lodi per Gesù, bravo e bello, cazzo!, se ne sono accorti anche loro, non è che ci volesse molto. Lodi anche per Giuda, hai sentito come gridava con i sacerdoti e poi, hai visto anche solo come ha abbracciato Gesù e come lo guardava alla cena. Bravissimo quello! Un vero attore. Forse è un professionista, è troppo bravo.

Coglioni!

In un’altra situazione queste lodi sincere mi farebbero piacere o almeno mi divertirebbero, ma adesso sento solo il gusto amaro della separazione imminente.

Appena la folla si è diradata esco dall’androne e mi dirigo verso le croci, che vengono calate rapidamente. Tutti si affrettano: tra poco scenderà il diluvio universale e nessuno ha voglia di una doccia fuori programma. Vorrei correre da Enrico, ma mi fermo per dare una mano a ritirare il materiale elettrico, che costituisce il problema maggiore. Abbiamo appena finito, quando i primi goccioloni incominciano a scendere.

Domenico chiude il camioncino ed io raggiungo Enrico, che è ancora mezzo nudo, come è stato crocifisso. Sta chiacchierando con don Matteo, che secondo me è un po’ imbarazzato dal fatto che lui non si rivesta.

Di nuovo sento la gola secca.

E in questo momento preciso, si aprono le cateratte del cielo. Casa mia non è lontana, ma prima che riusciamo a coprirci in qualche modo, Enrico ed io siamo completamente bagnati.

Arriviamo a casa gocciolanti. Enrico ride, è allegro, beato lui. Posa sul tavolo il fagotto dei suoi abiti di scena, che ha tenuto tra le braccia, tanto era inutile rivestirsi. Li lascerà qui, io porterò i costumi in parrocchia, il suo e il mio, e Anna si occuperà di lavarli prima di riporli.

Io mi tolgo la tunica, fradicia, ma non i pantaloni, che pure sono altrettanto bagnati: non voglio spogliarmi davanti a lui.

Enrico ride:

- Santo cielo, che lavata! Meno male che non è piovuto prima. Una doccia l’ho fatta, però adesso ne voglio un’altra, calda.

E dicendo questo, si abbassa la fascia che lo cinge alla vita e rimane nudo davanti a me. È la prima volta che lo vedo nudo.

Rimango paralizzato, anche i pensieri che mi correvano in testa si bloccano completamente e nel vuoto assoluto del mio cervello, passa solo un lampo: è bello, cazzo, se è bello! L’unico movimento è quello dell’uccello: la più fulminea erezione della mia vita. Prima che me ne renda conto, ho una barra di acciaio che mi batte contro il ventre. Il casino è che, essendo fradici, i pantaloni aderiscono al corpo e non nascondono un bel niente.

Enrico scoppia a ridere e dice:

- Sapevo che agli impiccati viene duro, ma è la prima volta che posso constatarlo di persona.

Abbasso il capo, imbarazzato. Enrico si avvicina, adesso è di fronte a me, ma io tengo gli occhi bassi, sopraffatto dalla vergogna. Non così, non volevo che finisse così. Lui mi mette le mani sulle guance e mi solleva la testa, costringendomi a guardarlo. Mi fissa e nel suo sorriso, dolcissimo, c’è ironia, ma nessuna condanna.

- Forse c’è ancora qualche speranza di salvarti, facendo la respirazione bocca a bocca. Che ne dici, ci provo?

Mi sembra di sognare. Recupero la mia baldanza e mi lancio:

- Sì, credo che valga la pena di provare. Sei un dottore, sai quello che fai. E poi dovresti anche essere in grado di resuscitare i morti, no? Fa’ conto che io sia Lazzaro.

- Mmmmm… vediamo come viene.

Enrico avvicina la sua bocca alla mia e mi bacia, con molta dolcezza. Io sono irruente e devo frenare la voglia di stringerlo tra le mie braccia: non voglio correre, non voglio rovinare la perfezione di questo momento. Non so fin dove vuole arrivare, per me sono disposto ad andare a piedi fino all’isola di Pasqua, con lui (sì, lo so, c’è di mezzo il mare, ma Gesù camminava sulle acque, no?).

Enrico si stacca, mi sorride e dice:

- Direi che è venuto bene, no? Riproviamo?

- Sì, sì! Bisogna fare molte prove, per essere sicuri che tutto venga nel migliore dei modi.

Passerei tutta la sera a fare le prove, sono una persona seria, io. Questa volta socchiudo un po’ la bocca e la lingua di Enrico mi passa tra le labbra e viene ad incontrare la mia. Chiudo gli occhi e lo stringo tra le braccia, con foga. Quando si stacca sussurro:

- Enrico, Enrico!

Le mie mani sulla sua schiena, che non osano scendere sotto la vita, perché ho ancora paura, paura di fare un passo di troppo, perché anche se Enrico mi sta abbracciando, nudo come mamma sua l’ha fatto (sia lode a lei, che l’ha fatto proprio bene, bello, cazzo!, se è bello!), mi sembra che sia tutto troppo bello (come Enrico) per essere vero.

- Ci facciamo una doccia calda, per evitare di prenderci un accidenti, e poi passiamo oltre?

E mentre lo dice mi cala i pantaloni ed una mano scivola sul solco tra le natiche, mentre l’altra accarezza lieve l’uccello. Mi sembra di impazzire, tra un po’ mi viene l’infarto, fortuna che Enrico è un medico, mi farà la respirazione bocca a bocca, che per l’infarto magari non serve, però fa bene, garantisco che se a farla è Enrico, fa bene, l’ho appena provato. Sarei anche disposto a farmi venire un infarto perché lui mi facesse la respirazione bocca a bocca, ma non è necessario, lui ha molta buona volontà, è disposto a farmela anche senza infarto.

Nella doccia in due stiamo stretti, ma non è un problema, perché nessuno dei due vuole stare lontano dall’altro. Le mani di Enrico si danno da fare: mi insaponano la schiena, il culo, poi passano davanti. Le mie mani imitano le sue, anche se non ho il sapone: bisogna seguire l’insegnamento di Gesù, no? Ma più di tutto voglio baciarlo, voglio gustare la sua bocca. E allora lo bacio sotto l’acqua che scorre. I nostri corpi aderiscono ed ora il suo uccello non è meno teso e pronto all’uso del mio e questo mi rassicura.

In un modo o nell’altro ci laviamo, forse non perfettamente, ma chissenefrega? Abbiamo tutti e due altro per la testa.

Usciamo dalla doccia e ci asciughiamo approssimativamente: lui asciuga me ed io lui, o piuttosto ci accarezziamo e tocchiamo e sfreghiamo, con o senza l’asciugamano di mezzo. Ora mi sento abbastanza sicuro da dirgli:

- Ci spostiamo in camera da letto?

- Certo, prendo solo i preservativi.

Lo guardo, colto di sorpresa:

- Sei venuto con i preservativi?

- Sì, certo. Non mi dire che non li usi, abitualmente.

Enrico ha tirato fuori dalla tasca della sua giacca due preservativi (soltanto? Solo due volte? Non è possibile, non dopo che ho aspettato una vita. Comunque ne ho anch’io) e mi guarda, aggrottando la fronte, un po’ accusatorio. A Gesù bisogna sempre dire la verità ed io comunque non ho colpe:

- No, volevo dire, sì, li uso sempre, ma… voglio dire… come mai li hai… giri sempre armato o pensavi che…

Mi blocco, un attimo di imbarazzo. Enrico ride.

- Che saremmo finiti a letto? Sì, ero abbastanza convinto che tu ne avessi voglia come me.

Questo non è possibile. Di sicuro ne ho molta più voglia io. Ma non è il caso di sottilizzare su questioni di priorità.

- Non mi hai mai… Insomma, nemmeno un cenno… Io ho cercato di farti capire… Non pensavo nemmeno che tu avessi capito, disgraziato!

Enrico torna serio

- Scusami, Giorgio. Avevo capito, ma come medico dell’area devo essere un po’ cauto nel muovermi. Tu hai fatto qualche domanda, ma non hai mai preso l’iniziativa ed io non volevo scoprirmi troppo. Due sere fa mi sentivo abbastanza sicuro, ma mi sono detto che era meglio aspettare questa sera, che fosse finita la Passione.

E di colpo viene fuori la sofferenza di questi giorni, di questa sera. Sbotto:

- L’hai fatta fare a me, la Passione. Cazzo! Quanto sono stato male!

Enrico mi abbraccia di nuovo e questo basta a placare il dolore.

- Mi spiace, Giorgio, non volevo farti stare male. Non ero sicuro che tu fossi convinto… A me piaci moltissimo, ma in queste cose bisogna volerlo davvero tutti e due.

Poi mi bacia sulla bocca, mentre le sue mani scivolano sul mio culo ed allora tutto il mondo può andare a farsi fottere, perché questo solo conta, ora: Enrico è tra le mie braccia e mi ha detto che io gli piaccio moltissimo (non ho capito male, l’udito è perfetto, lui magari sarà un po’ debole di vista o non mi ha guardato bene, ma chissenefrega, ormai l’ha detto ed io sono felice per i prossimi dieci anni. Poi, in un modo o nell’altro, lo costringerò a ridirmelo).

Ci stacchiamo a fatica, ma le nostre mani rimangono allacciate, mentre lo guido verso il letto.

- Fatti vedere, Enrico. Sei bello. Cazzo!, se sei bello!

Credo di averlo già pensato questa sera, ma non gliel’ho mai detto. Ora posso dirglielo e baciarlo sulla bocca e lasciare che mi spinga sul letto e si stenda sopra di me e mi abbracci e mi baci e mi accarezzi e mi morda e mi lecchi e

- Enrico…

Faccio fatica a dire altro. Gli prendo la testa tra le mani e lo guardo. È bello, di una bellezza incredibile. Lo bacio di nuovo.

E poi lasciamo che i nostri corpi imparino a conoscersi e ad amarsi, in questa notte incandescente di passione (con la maiuscola e senza).

 

Solo più tardi, molto più tardi, quando ormai la notte sta lasciando posto al mattino, quando i nostri corpi sono sazi e solo le nostre bocche ancora si cercano, mi dico che se don Matteo sapesse quello che hanno fatto Gesù e Giuda dopo la sacra rappresentazione, non sarebbe per niente contento. Ma in fondo, sto baciando Gesù: ripasso la mia parte per l’anno prossimo, no?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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