La caserma

 

 

Mentre sprono il cavallo, cerco di capire che cosa posso fare. La risposta è semplice: niente. O, per essere più precisi, posso crepare, riempito di piombo da quegli otto figli di puttana che mi stanno dietro.

La pista che sto percorrendo porta al confine con gli Stati Uniti, ma non ci arriverò mai: quelli mi raggiungeranno prima. Il mio cavallo non reggerà più per molto. Loro sono in otto e io da solo e non ho un vantaggio sufficiente per riuscire a nascondermi o a seminarli. L’unica cosa che posso fare è trovare qualche spuntone roccioso dietro cui nascondermi per vendere cara la pelle.

Mentre lo penso vedo in lontananza la caserma. Non mi era venuta in mente: è l’ultimo posto al mondo dove andrei, se potessi scegliere. È anche l’unico posto dove di certo non mi seguirebbero, se ci sono soldati in giro. Ma andarci significa farsi ammazzare dai soldati e sarebbe ancora peggio.

La caserma la conoscono tutti in questa regione. La conoscono di fama, perché nessuno con la testa sul collo ci entrerebbe. È un edificio molto grande con più cortili. Talvolta è deserta. In altri periodi ci alloggiano le truppe di Ramirez. Le chiamano così. Sono soldati mandati qui, in questo buco del culo del mondo, per punizione: la feccia dell’esercito messicano. Vengono impiegati in lavori sporchi, di solito al servizio dei grandi proprietari della zona: qualche contadino si ribella perché il possidente fa pascolare le mandrie sui suoi campi, distruggendo il raccolto? Una notte un gruppo di uomini assale la fattoria: sono i soldati, che stuprano le donne e i ragazzi, ammazzano e castrano gli uomini (o magari prima li castrano e poi li ammazzano: è più divertente), poi fanno un bel rogo di tutto. La lezione è chiara e gli altri ci penseranno un po’ prima di protestare il giorno in cui si trovano le vacche del possidente a mangiargli il mais. Un contadino non protesta, ma avvelena le vacche che gli distruggono il raccolto, contando di farla franca? Anche per lui arriva la lezione e devo dire che, da quel che ho sentito, questi figli di puttana hanno una grande fantasia.

In base al lavoro che devono fare, i soldati si spostano nella regione. Non sono molti, dicono che siano una sessantina e di rado si muovono tutti insieme.

Se sono alla caserma, andarci significa essere stuprato e ammazzato. Con ogni probabilità anche torturato, perché si annoiano e hanno voglia di divertirsi. Prendermelo in culo prima di morire non mi spiacerebbe, lo confesso: mi piace e lo farei volentieri. Ma dubito molto che apprezzerei il modo in cui avverrebbe e tutto sommato non mi spiacerebbe crepare con i coglioni al loro posto e non in bocca. Ho pretese eccessive, temo.

Il cavallo sta rallentando. Non ce la fa più. Loro non sono lontani: vedo il polverone che sollevano, come loro vedono la nuvola che provoco io. Non ne ho più per molto. E allora tiro le redini a destra, sprono il cavallo con gli speroni e mi dirigo alla caserma.

È una scommessa. Considerando che non ho mai avuto molta fortuna, probabilmente sto facendo la peggiore cazzata della mia vita. E l’ultima.

Mi volto due volte a guardare. Loro arrivano al punto dove ho lasciato la pista e si fermano. Sanno che se ci sono i soldati, io sono fottuto. Se mi seguissero, lo sarebbero anche loro.

Se i soldati non ci sono, verranno a stanarmi. Venderò cara la pelle, altro non posso fare.

All’ingresso non sembra esserci nessuno: probabilmente la caserma è vuota, altrimenti almeno un soldato di guardia alla porta ci sarebbe, anche se con la disciplina che hanno fama di avere i soldati di Ramirez, non mi stupirebbe che la sentinella si fosse messa a dormire. Rallento l’andatura ed entro passando sotto l’arco. Anche nel cortile non sembra non esserci nessuno. Sulla destra si apre un secondo cortile e mi dirigo da quella parte: se quelli mi vengono dietro, che non mi trovino subito. Sempre nessuno in vista. Individuo la scuderia e lascio lì il cavallo. Poi esco nel cortile e, sempre guardandomi intorno, salgo la scala che porta sul cammino di ronda. Rimanendo dietro un riparo, guardo la valle. Li posso vedere in lontananza: sono rimasti dove si erano fermati. La mia mossa li ha spiazzati. Stanno decidendo il da farsi, ma non rimarranno a lungo lì: i soldati possono arrivare e anche se loro sono in otto, di certo preferiscono non incontrarli. Perciò o verranno a stanarmi o si piazzeranno da qualche parte, in modo da poter controllare che io non cerchi di andarmene prima dell’arrivo dei soldati.

Se non arriverà nessuno, si faranno vivi a sera, quando saranno ormai certi di non essere sorpresi dalle truppe. Sono sempre nella merda e non ne uscirò, se non con i piedi avanti, attaccato a un cavallo e trascinato nel deserto, dove gli avvoltoi si ciberanno del mio cadavere, o magari appeso a una trave, tanto perché sia chiaro a tutti che cosa succede a chi non abbassa la testa davanti agli uomini del Lobo.

Non che non lo sappiano tutti, in questa zona, quello che succede a chi osa opporsi. Lo sapevo anch’io, ma ho rischiato. Non sopporto le ingiustizie. Sono sempre stato un cazzone, fin da ragazzo. E mio padre mi ha sempre detto che sarei finito riempito di piombo. Direi che aveva ragione e che la sua profezia si avvererà prima di sera.

Dopo un po’ vedo che si spostano. Scompaiono tra le rocce e gli alberi della parete. Sorveglieranno la caserma stando acquattati, per evitare di essere visti dai soldati. E adesso?

Adesso c’è poco da fare. Sperare che i soldai non arrivino e quando questi figli di puttana cercheranno di entrare, vendere cara la pelle. Altro non posso fare. Diciamo che sono in una buona posizione: la caserma offre nascondigli e ripari. Mi troveranno, certamente, ma non sarà così facile come fare tiro al bersaglio all’aperto.

Mi conviene esplorare la caserma e capire dove posso piazzarmi quando arriveranno.

Mi guardo intorno e poi, dopo aver verificato ancora una volta che loro non si siano mossi, scendo. Incomincio a controllare il cortile in cui mi trovo. Le porte sono quasi tutte aperte e spesso non ci sono proprio porte. Solo due stanze appaiono chiuse. Tutto l’edificio è in pessime condizioni. Cinquant’anni fa era una caserma importante. Allora questa regione era molto più fertile e c’era una guarnigione numerosa, anche perché il confine con gli USA è vicino. Poi i boschi sono stati tagliati dai possidenti, il terreno si è impoverito e la città si è svuotata. La caserma è stata a lungo abbandonata e solo da alcuni anni è di nuovo usata.

Individuo le camerate, una stanza che dev’essere il refettorio e le cucine, che sembrano abbandonate. C’è anche un pozzo. Faccio scendere il secchio, senza grandi speranze, ma torna invece pieno d’acqua. Bevo volentieri.

Dalle cucine un’altra porta, sul lato opposto, conduce al primo cortile. Faccio un giro anche qui. Posti di guardia e altre camerate. Un passaggio conduce a un terzo cortile, molto più piccolo, dove tutte le porte sono chiuse. Probabilmente qui stanno gli ufficiali. Provo a forzarle, ma non riesco. Mi dico che per il momento è inutile insistere. Anche se ci entrassi, che cosa ci guadagnerei?

Torno nel primo cortile e continuo con il mio giro di esplorazione. Il fetore che proviene da una stanza in un angolo mi dice che dev’essere la latrina. Ci entro. Un locale abbastanza grande, senza nessuna separazione (probabilmente gli ufficiali hanno – o almeno avevano – la loro latrina nel terzo cortile). Un fosso profondo, da cui sale un tanfo bestiale. Non è solo merda, c’è un odore di decomposizione che prende alla gola. Ho sentito dire che qualche volta gettano nella latrina i cadaveri degli uomini che hanno torturato. Dev’essere così. Mi dico che il mio cadavere potrebbe essere il prossimo.

Guardo il fosso, poi mi apro i pantaloni e piscio. Quando ho finito mi volto ed esco nel cortile. Sento una voce alle mie spalle, che mi dice, in spagnolo:

- Alza le mani.

Merda!

Esito. Non so se obbedire o farmi ammazzare subito. Sento la canna della pistola premere contro la mia schiena. Obbedisco. Mi sfilano il cinturone. Ora sono disarmato. Quello che mi ha tolto le pistole, controlla che io non abbia altre armi. C’è il coltello, infilato nella tasca dello stivale. Mi toglie anche quello.

Ora sono intorno a me. Sono sei, soldati di Ramirez, evidentemente, anche se solo due hanno una divisa: un sergente, che tiene la pistola puntata su di me, e un caporale.

Il caporale ghigna e mi dice:

- Hai fatto bene a venire qui. Avevamo bisogno di carne fresca. E adesso ci gusteremo il tuo culo.

E mentre lo dice la sua mano mi preme contro il culo.

Cercare di resistere è inutile. Meglio collaborare. Le possibilità di cavarmela sono nulle, ma forse se non cerco di resistere sarà meno peggio.

Sorrido e dico, in spagnolo:

- Perché no? Mi sembra una buona idea.

La risposta lo spiazza e per un attimo rimane interdetto. Poi mi dice:

- Bene, finocchio, vieni dentro che ci divertiamo un po’.

Entriamo in un locale vicino alla latrina. Mi dico che così non dovranno fare troppa strada per sbarazzarsi del mio cadavere. A terra ci sono alcuni pagliericci. C’è un tavolo.

- Spogliati, finocchio.

È sempre il caporale a darmi gli ordini. Il sergente si è messo contro la parete. Tiene sempre la pistola puntata su di me. Pensa che possa cercare di reagire? E che cazzo potrei fare, contro sei uomini armati?

Mi spoglio e rimango nudo davanti a loro. Intanto guardo i miei assassini. Il caporale e i quattro soldati devono essere tra i venti e i trenta. Il sergente è più vecchio, direi che dev’essere sui quaranta.

Il caporale mi indica il tavolo.

- Appoggiati lì sopra e divarica bene le gambe.

Obbedisco. Mentre mi avvicino al tavolo mi sputo sulle dita e inumidisco un po’ il buco del culo: non credo che saranno molto delicati.

Il primo a mettersi dietro di me è il caporale, non il sergente, che rimane contro il muro, la pistola puntata contro di me. Ma di che cazzo ha paura? Che gli salti addosso, nudo come sono?

Sento il cazzo del caporale che preme contro il buco. Lui spinge con forza, ma questo figlio di puttana non è molto dotato e il cazzo non è del tutto duro, per cui non è davvero doloroso. Io sussulto tanto per dargli soddisfazione.

- Ti piace, finocchio?

- Niente male, sei un vero toro.

Non è certo così: la mia affermazione in realtà è ironica, ma so che lui non se ne rende conto e io di certo non glielo vado a dire. Preferisco non provocarlo. Perché farmi seviziare più di quello che già faranno?

Il caporale ci dà dentro, ma viene in fretta e si ritira.

Il sergente non si muove dalla sua posizione, sempre con la pistola in mano, e si fanno avanti i soldati. Il primo è meglio attrezzato del caporale: il cazzo è duro e sentirlo entrare è un piacere. Ma come stallone anche lui non vale molto: spinge due o tre volte e già viene. Il secondo soldato ha un cazzo piccolo: non è male sentirlo in culo, ma non mi trasmette grandi sensazioni e comunque viene anche lui in fretta. Quando finisce ed esce da me, dice:

- Mi hai riempito il cazzo di sborro, stronzo!

In realtà sono loro che mi hanno riempito il culo di sborro, ma è inutile farglielo notare. Lui prende la mia camicia e si pulisce. Poco male. Difficilmente avrò occasione di rimettermi la camicia e in quel caso la macchia mi sembrerà un prezzo molto basso da pagare per essermela cavata.

Si avvicina il terzo soldato. Uno dei soldati dice:

- Dai, Juan, facci vedere che cosa sai fare.

La frase mi fa capire che questo Juan dev’essere un bravo stallone. Non che ci voglia molto a essere meglio degli altri. Quando entra Juan mi fa male: non spinge con particolare violenza, ma evidentemente è alquanto dotato. Però dopo il caporale e gli altri due, il buco del culo è abbastanza dilatato e il dolore è sopportabile. Sentire questo cazzo che mi riempie le viscere, entrando bene a fondo, è davvero un piacere. Juan lavora con foga e ci dà dentro per un po’. Il cazzo mi diventa duro: tra non molto mi ammazzeranno, ma questa scopata è un buon modo per finire. Potrebbero spararmi ora.

Juan viene e si ritira. È infine il turno dell’ultimo soldato, che viene in un attimo: fa appena in tempo a infilarmi il cazzo in culo che sento la scarica.

Hanno finito: non credo che il sergente mi fotterà adesso, dopo tutti i soldati. Si vede che non gli interessa. Mi spareranno adesso, magari in culo, come dicono che facciano? Almeno sarebbe una morte rapida.

Guardo il sergente, che ha sempre la pistola in mano. Mi accorgo che ce l’ha duro: il rigonfio dei pantaloni non lascia dubbi e dalle dimensioni dev’essere un buono stallone, almeno come misure.

- E lei non ne approfitta, sergente?

Lui mi guarda stupito. Non si aspettava la mia richiesta. Non risponde, per cui io aggiungo:

- Se vuole, lavoro un po’ con la bocca.

Lui annuisce.

- Sì, va bene, vieni qui e non fare scherzi.

Pensa che io voglia morderlo? Che stupidaggine!

Mi alzo, raggiungo il sergente e mi inginocchio davanti a lui. Gli slaccio la cintura e gli abbasso i pantaloni. Cazzo! Cazzo! Questo sì che è un toro. Ha un grosso cazzo, che svetta contro la peluria scura che ricopre il ventre. La cappella emerge, grande e violacea, alquanto sporca. Mi dico che un cazzo come questo è meglio prenderselo in bocca che in culo, perché se entrasse deciso, lacererebbe la carne. Ma confesso che non mi dispiacerebbe provare.

E non mi dispiace neppure sentire l’odore forte, di piscio, sudore e sborro, e prendere in bocca la cappella, pulendola. Mi piacciono le sensazioni forti e un questo cazzo è un piatto superbo.

Incomincio a succhiare. Ogni tanto mi interrompo e lavoro un po’ con la lingua, facendola scorrere lungo il cazzo teso, fino ai coglioni (grossi, pelosi, sudati). Sono eccitato e non cerco di nasconderlo: non potrei, perché sono nudo, e poi sarebbe assurdo.

Procedo con il lavoro. Sento che lui respira affannosamente. La sua mano sulla mia spalla stringe con forza. Infine viene e il suo sborro mi riempie la bocca. Inghiotto. Ora mi ammazzeranno. È stato un gran finale. Spero solo che facciano in fretta.

Il sergente mi dice:

- Ci sai fare, gringo. Credo che più tardi te lo farò assaggiare anche in culo.

La sua promessa non mi dispiace: in primo luogo significa che non mi ammazzeranno subito; in secondo luogo mi tenta l’idea di gustare in culo questa magnifica mazza, anche se non sarà facile accoglierla.

Poi lui si rivolge a uno degli uomini:

- Carlos, dammi il suo cinturone e il pugnale.

Mentre dà l’ordine, ha la pistola puntata sul soldato. Un movimento istintivo: si è voltato a parlare a lui e anche la mano si è diretta nella stessa direzione della faccia. Poi dice a me:

- Tu, alzati.

Io obbedisco. La pistola non è puntata su di me, anche se sono a una spanna da lui. Uno dei soldati ride.

- Questo finocchio ce l’ha duro. Gli piace prenderselo in culo.

Non dico nulla. È la verità e non intendo certo provocarli.

Intanto Carlos ha portato al sergente il cinturone con le mie pistole e lui se l’è messo su una spalla.

- Carlos, prendi i vestiti e il coltello del gringo e vieni con me. Benito e Juan, andate a vedere nella dispensa che cosa c’è. Felipe, tu va’ a prendere l’acqua al pozzo.

Quando parla a qualcuno, gli punta la pistola addosso. È strano. E ancora più strano è il momento di attesa che segue, in cui gli uomini si guardano. Poi Benito e Juan escono in direzione della dispensa e Felipe passa nel cortile per raggiungere il pozzo.

- Carlos, dirigiti alle stanze degli ufficiali. Tu, seguilo.

Obbedisco e seguo il soldato, che si è avviato. Con la coda dell’occhio vedo che il sergente ci segue, ma si muove in modo strano, come se volesse controllare i movimenti del caporale, l’unico che è rimasto nella stanza.

Incomincio a pormi domande. Il sergente ha sempre tenuto la pistola in mano, anche quando io glielo succhiavo. Non ha mai dato le spalle agli altri. Adesso, prima di lasciare la stanza, si è liberato dei soldati, mandandoli via. La pistola che continua a tenere puntata forse non gli serve contro di me.

Raggiungiamo il terzo cortile. Il sergente dà a Carlos una chiave. Il soldato apre la porta. Il sergente si fa rendere la chiave, poi ordina a Carlos di posare i miei abiti sul letto e di raggiungere gli altri in cucina. Il soldato obbedisce. Vedo che il sergente non lo perde di vista neanche un attimo.

Appena Carlos è uscito, il sergente chiude la porta, mettendo anche una pesante sbarra. La stanza sprofonda nel buio, perché anche la finestra è chiusa e sbarrata. Nella penombra vedo che c’è una porta che conduce a un altro locale.

Lui mi dice:

- Mettiti in quell’angolo e siediti.

Io obbedisco. Lui scompare oltre la porta che dà nel secondo locale. Lo sento armeggiare. Si direbbe che stia sbarrando un’altra porta. Intanto io mi guardo intorno. Un locale spoglio, con due letti e un tavolo. Probabilmente qui dormono i sergenti. Non è una grande sistemazione, ma certamente meglio delle camerate.

Il sergente torna nella stanza. Controlla che la finestra sia ben chiusa, poi viene a sedersi di fianco a me. Posa la pistola e il cinturone a terra. Adesso che siamo vicinissimi e che potrei saltargli addosso, non mi tiene più sotto tiro. Non è da me che si sente minacciato.

Rimaniamo in silenzio, seduti a terra, la schiena contro la parete, io nudo e lui vestito. Posso sentire il suo odore di sudore, intenso. Devono aver cavalcato a lungo sotto il sole.

C’è un lungo silenzio, poi lui chiede:

- Perché cazzo sei venuto a ficcarti in questa fottuta caserma? Non sapevi che ci entra non ne esce vivo?

- Lo sapevo. Ma erano in otto là fuori che volevano farmi la pelle e non avevo scelta. Credo che siano ancora là, ad aspettare di essere sicuri che io faccia una brutta fine.

Lui ghigna.

- Non dovranno aspettare a lungo. Merda!

C’è un nuovo silenzio, poi è di nuovo lui a chiedere:

- Chi sono quelli? Che cazzo hai combinato?

- Sono della banda del Lobo.

- Buoni, quelli. E perché ti sei messo contro di loro?

Vorrei rispondergli che l’ho fatto perché sono un cazzone, ma mi sembra che si meriti una risposta più completa.

- Uno di loro voleva fottere un ragazzino, che avrà avuto dodici anni, forse neanche. Mi sono messo di mezzo. Lui ha tirato fuori la pistola, ma io sono stato più rapido. Così adesso li ho alle calcagna.

- Sei una testa di cazzo!

- Sì, lo so.

Lui scuote la testa.

C’è un nuovo silenzio. La mia vita sta per finire e il modo non sarà di sicuro piacevole, ma in questo momento sto bene accanto a quest’uomo.

- Ascoltami bene. Loro verranno ad ammazzarmi nella notte. Potrebbero anche aspettare il mattino, ma non credo. Poi faranno fuori anche te. Come, non lo so, ma ho qualche idea. E penso che ce l’abbia anche tu.

Annuisco. Non chiedo nulla, perché ha ancora qualche cosa da dire. E infatti prosegue:

- Loro si aspettano che io tenti di scappare. Di sicuro adesso sorvegliano le porte, le finestre e il tetto: dall’altra stanza si può salire sul tetto. Poi, quando farà buio, si daranno da fare. Non c’è una via d’uscita. Qui sono quattro stanze, una di fila all’altra, e il cesso al fondo. È tutto sbarrato, ma non ci vorrà molto a sfondare una delle finestre o la botola che dà sul tetto o una porta. Però se questa notte apro una finestra, loro penseranno che voglia scappare di lì e magari mentre io sparo, tu puoi riuscire a scappare dalla porta che dà nel magazzino. Se continuo a sparare, magari credono che siamo tutti e due alla finestra.

- Posso dirti una cosa?

- Che cosa?

- È un piano del cazzo.

- Lo so.

Sì, non è stupido e lo sa anche lui. Può tenerli occupati per un po’ sparando. Ma è ovvio che se è alla finestra non può sorvegliare gli altri ingressi, per cui gli saranno addosso in fretta. Si accorgeranno subito che io non ci sono e mi cercheranno, sempre che io sia riuscito a uscire da queste stanze senza farmi impallinare. In ogni caso a piedi, dove cazzo vado? Se anche riesco a uscire dalla caserma, che faccio? Mi metto a correre nel buio, aspettando che mi vengano dietro i soldati e gli uomini del Lobo? Ma non occorre che glielo spieghi, l’ha capito benissimo.

C’è di nuovo un silenzio.

- Non hai niente di meglio da proporre?

Lui ghigna.

- Sì, posso spararti io, così almeno ti risparmio quello che ti capiterà. E poi sparare anche a me. Credo che sia l’idea migliore.

- Di sicuro migliore della prima.

Rimaniamo di nuovo zitti. Questa volta sono io a rompere il silenzio:

- Perché ti vogliono ammazzare? Che cazzo hai combinato?

- Sono finito qui in punizione, un mese fa. Sapevo come funzionano le cose qui, un’idea almeno me l’ero fatta, ma ho criticato una spedizione... una di quelle che fanno qui.

- Sei una testa di cazzo!

Lui ride e scuote la testa, poi dice:

- Il tenente, quello che comanda qui, mi ha rimandato indietro con quei cinque. So che hanno il compito di farmi fuori, anche se non me l’hanno detto. Poi faranno scomparire il mio cadavere, probabilmente gettandomi nel cesso, e diranno che sono fuggito, che sono un disertore. Nessuno ci crederà, ma a chi vuoi che gliene fotta qualcosa?

Annuisco. Poi dico.

- Va bene, allora che ne dici se mi riprendo le armi, mi rivesto e vendiamo cara la pelle in due? Magari con un piano un po’ meno del cazzo?

Lui volta la testa verso di me e sorride.

- Vediamo che cosa sei in grado di proporre tu.

- In primo luogo vorrei farmi un’idea di com’è fatta questa trappola in cui siamo rinchiusi.

- OK.

Si alza e mi alzo anch’io. Mi porge il cinturone.

- Meglio avere sempre le pistole a portata.

Annuisco e mi metto il cinturone. A vestirmi penserò dopo.

Come il sergente ha detto, sono quattro stanze, tre piccole come quella in cui eravamo e la quarta più ampia. Tre stanze hanno una finestra e in quella più ampia c’è anche la botola sul tetto di cui lui ha parlato. Solo la prima stanza e la terza hanno una porta che conduce all’esterno: quella della terza stanza però deve dare sul secondo cortile. La seconda stanza è completamente cieca. Dall’ultima stanza si passa a una latrina, molto più piccola di quella che ho visto. Ha solo una finestrella in alto: è minuscola e di lì non può certo entrare una persona.

- Direi che siamo nella merda.

- Concordo. Ed è dove ci getteranno questa notte, dopo averci fottuti.

Torniamo a sederci nell’angolo dove eravamo prima. È una buona posizione, perché anche se sparassero attraverso la porta o la finestra, non ci beccherebbero. Io non mi tolgo il cinturone. Sto riflettendo. Non è che abbiamo molte possibilità, in effetti. Possiamo puntare su un’unica carta: loro non penseranno che uniremo le nostre forze. Se gli facciamo credere che il sergente mi ha ammazzato, un minimo di effetto sorpresa forse si può ottenere.

- Senti, facciamo così: tra un po’ tu spari qualche colpo, io urlo. Loro penseranno che mi hai ammazzato. Facciamo una specie di pupazzo, che nell’oscurità possa sembrare una persona. Quando incomincia a diventare buio, uno di noi si mette a una finestra e l’altro nella camera sul retro. Apriamo la finestra e sporgiamo il pupazzo. Gli sparano e, convinti di averti ammazzato, vengono allo scoperto oppure cercano di entrare da una delle altre porte o dalla botola. Magari riusciamo a farne fuori qualcuno e allora abbiamo qualche possibilità in più. 

- Non è che il tuo sia un grande piano.

- Sempre meglio di quello che avevi suggerito tu. O intanto ti è venuta qualche idea geniale?

- No, va bene così.

C’è un nuovo silenzio. Poi io dico:

- Sarà buio tra un’ora, direi.

- Più o meno, sì.

- Abbiamo un’ora da passare. Poi magari saremo morti.

Lui non dice niente. Io proseguo:

- Prima, dopo che mi sei venuto in bocca, hai detto che mi avresti fottuto in culo.

Lui volta la testa verso di me, senza parlare. Io aggiungo:

- Una promessa si mantiene. No?

Lui scuote la testa. Rimane un momento in silenzio, poi dice:

- Sei proprio una troia.

L’ha detto ridendo. Subito dopo aggiunge:

- Mi piaci. Mi piaci un casino. Fai quello che hai voglia di fare e che il mondo vada a prenderselo in culo.

Io rido.

- Quello che se lo prende in culo sono io.

Lui mi guarda, serio, e dice:

- Hai i coglioni, gringo. Io…

Si blocca. Aspetto che riprenda la frase, ma lui non continua. Vorrei sapere che cosa stava per dire.

- Io…?

- Non so se ce la farei, a prendermelo in culo, dico.

- L’idea ti tenta, vero?

Mi guarda e per un attimo mi chiedo se non ho fatto un errore a esprimere il mio pensiero.

Distoglie lo sguardo e rimane un buon momento in silenzio, fermo.

Poi annuisce e dice:

- Sì, l’idea mi tenta, però non…

Concludo per lui:

- … non l’hai mai fatto.

Scuote la testa e sorride.

- No, mi mancano i coglioni. Questa è la verità. Visto che stiamo per crepare, te lo posso anche dire.

Sorrido anch’io.

- Non credo che sia una questione di coglioni. Forse di occasioni.

Lui scuote la testa e non dice nulla.

Rimaniamo un momento zitti, poi io gli metto una mano sulla patta e lui annuisce; dice:

- Mettiamoci nella seconda stanza. Anche se sparano attraverso una porta o una finestra, di là non possono beccarci.

Annuisco. Passiamo nella seconda stanza. Scegliamo il letto che è messo in un angolo riparato. Lui mi sorride. Ha un bel sorriso.

Io mi tolgo il cinturone e lo appoggio sul secondo letto. Anche lui posa l’arma. Poi incomincio a spogliarlo. Gli apro la camicia. Sul torace c’è un intrico di peli. Io lo accarezzo. Di colpo il suo sorriso scompare: sembra quasi spaventato. Poi annuisce. Io lo accarezzo ancora, poi gli slaccio la cintura e gli calo i pantaloni. Il cazzo sta già acquistando volume e consistenza.

Lui si siede sul letto e si sfila gli stivali. Io gli tolgo i pantaloni e i mutandoni. È alquanto villoso, specialmente le gambe, le braccia e il ventre.

Io gli guardo il cazzo. Scivolo in ginocchio e lo riprendo in bocca. L’ho pulito prima, per cui ora l’odore e il gusto sono meno forti.

Lui dice:

- Aspetta, è meglio che prima vada a pisciare.

Io mollo la presa e dico, ridendo:

- Ottima idea. Dai.

Riapro la bocca e accolgo la cappella. Lui mi guarda, scuote la testa, sorride e dice:

- Troia!

Poi incomincia a pisciare.

Bevo, gustando ogni goccia. Mi piace, sì, mi piace anche questo.

Quando ha finito, riprendo a leccare e succhiare. Il cazzo gli diventa duro in fretta. Le mie mani intanto non stanno ferme: gli stringono il culo, gli accarezzano i coglioni, il ventre e il petto. Poi salgono al viso. Alzo gli occhi e vedo che mi guarda. Non so leggere nei suoi occhi. Dopo un momento la sua destra scivola sulla mia testa, la accarezza, poi le sue mani scendono lungo la schiena.

Lui mormora:

- Stenditi sul letto.

Io mi appoggio con il torace sul letto, di fianco a lui, le ginocchia a terra. Lui mi accarezza la schiena, senza muoversi. Poi si mette dietro di me. Giro la testa e guardo il suo cazzo. Mi farà un male bestiale.

Gli dico:

- Mettici un po’ di saliva.

Lui annuisce. Mi sputa sul buco del culo, poi sparge la saliva. Lo fa tre volte e ogni volta un dito entra dentro, inumidendo bene. Poi sento la cappella appoggiarsi contro l’apertura e, molto lentamente, entrare. È troppo grossa, mi fa male. Lui in qualche modo se ne accorge, perché esce. Sparge ancora saliva, poi preme di nuovo ed entra. Chiudo gli occhi. È doloroso, ma è bello. Lui esce di nuovo. Il terzo ingresso avviene quasi senza dolore. Ora è dentro di me. Grosso, caldo. Mi riempie completamente. È una sensazione splendida.

Incomincia a muoversi lentamente. Le sue spinte fanno male, ma il cazzo mi si tende. È bellissimo farsi fottere da questo toro da monta. Lui procede, sempre piano. Non ha fretta. Va avanti e mi sembra di perdere la nozione del tempo. Si è appoggiato su di me e le sue mani scorrono sul mio corpo, mi accarezzano la testa, mentre il suo cazzo scava dentro di me. Dolore e piacere crescono insieme. Lui prosegue instancabile e io fluttuo, dimenticando tutto. Esiste solo questo cazzo di toro dentro il mio culo, questo corpo che mi schiaccia sul letto, queste mani che mi accarezzano.

E poi le spinte accelerano, il piacere cresce, il dolore diventa più forte e sento che viene dentro di me. Sento il suo respiro affannoso, le ultime spinte che mi squassano. Chiudo gli occhi.

Lui si affloscia su di me. Poi, dopo un momento in cui rimaniamo così, mi stringe tra le braccia e si volta, facendomi girare con lui. Si sistema meglio sul letto e la sua destra mi afferra il cazzo. Il suo non è più così duro e, anche se il culo è dolorante, sentirlo dentro ora è piacevole. La sua mano si muove lenta: non ha fretta. Stringe, sale e scende, finché gemo e vengo. Il mio sborro si sparge sul ventre.

Mi abbraccia e rimaniamo così. È il paradiso, anche se il culo mi fa un male bestiale, anche se l’inferno ci aspetta. Probabilmente è stata l’ultima scopata della mia vita e di certo è stata grandiosa. Credo che sia stata la migliore.

Infine il suo cazzo esce da me, ma lui continua a tenermi tra le braccia.

Mi chiede:

- Come ti chiami, gringo?

- Mi chiamano Charlie. Ma il mio vero nome è Osip.

- Osip? Che cazzo di nome è?

- È un nome russo. Mio padre è russo.

- E che cazzo ci fate in Messico? Avrei detto che venivi dagli Stati Uniti.

- Sì, viviamo negli USA, non in Messico. 

- Però parli bene lo spagnolo.

- Mia madre è messicana.

- Ma che casino. Padre russo, madre messicana, vivi negli Stati Uniti, ti chiami Osip.

Rido. Poi gli chiedo:

- E tu come ti chiami?

- Lázaro

- È un bel nome, Lázaro.

Lui scuote la testa.

- Tutto sommato anche Osip non è male. Ma perché sei venuto in Messico?

- Ogni tanto facciamo qualche affare con i parenti di mia madre. Non stanno lontano.

- Qualche affare? Fammi capire… contrabbando?

Rido.

- Noi lo chiamiamo libero commercio, ma se preferisci, puoi chiamarlo così.

Lui mi accarezza la testa. Poi dice:

- È ora che ci prepariamo.

Mi spiace staccarmi da lui, ma so che ha ragione.

Lui passa nella prima stanza e torna con la mia camicia, con cui si pulisce il cazzo. Poi la usa per togliermi lo sborro che ho sul ventre.

Scuoto la testa e gli dico, sorridendo:

- Che cazzo fai, stronzo? È la mia camicia!

- È già stata usata per questo, no? Vuoi mica che usi la mia?

- Stronzo!

E mentre lo dico, gli metto le mani sulle guance e lo bacio.

Lui rimane di sale. Mi guarda, immobile, sembra spaventato. Non deve mai essere stato baciato. Io lo bacio di nuovo e la mia lingua preme contro le sue labbra. Lui le apre. Spingo la mia lingua nella sua bocca.

Poi ci stacchiamo. Lui è turbato, ma sorride.

- Diamoci da fare, è ora. Tra non molto sarà abbastanza buio.

Ci rivestiamo. Quando abbiamo finito, lo bacio ancora.

Per preparare il fantoccio non c’è molto, ma bastano un po’ di stracci che leghiamo in modo da dare l’impressione di una testa, su cui mettiamo il cappello di Lázaro, con un collo e la parte superiore del busto. Nell’oscurità dovrebbero scambiarlo per una persona.

Quando abbiamo finito, Lázaro mi dice:

- Adesso ti ammazzo. Vieni di là.

Raggiungiamo il cesso.

Nella latrina Lázaro mi punta addosso la pistola e mi fa un cenno. Io grido:

- No, no!

Lui spara in aria. Io grido di nuovo, un grido da bestia macellata, lungo. Lui spara una seconda volta. Il mio grido si spezza in una serie di gemiti. Lázaro spara ancora. Questa volta taccio. Spero che siamo stati convincenti.

Lui ghigna e sussurra, pianissimo:

- Dovevi fare teatro.

Forse se mi fossi dedicato al teatro, adesso non mi troverei in questa situazione di merda, con cinque soldati che vogliono farmi secco qui e otto banditi con la stessa idea là fuori. Torniamo nella seconda stanza.

Quando fuori ormai è buio, ma non completamente, Lázaro si sposta nella terza stanza. Io apro la finestra della prima e faccio sporgere il fantoccio muovendolo un po’. Due spari risuonano quasi subito. Lascio il fantoccio penzolare appoggiato sul bordo della finestra: così sembra che sia morto. Nel buio scorgo due ombre che si avvicinano, guardinghe. Uno dei due spara ancora tre colpi, centrando almeno una volta il fantoccio.

Sento una voce dal tetto. Dev’essere il caporale:

- Lo avete beccato?

- Sì.

Io rimango nascosto, poi, quando ormai sono sicuro di non poterli mancare, mi sporgo e sparo quattro colpi. Le due ombre cadono a terra. Buono. Adesso siamo due contro tre. Non sarà così facile prenderli di sorpresa, ma ora per loro è molto più difficile sorvegliare tutti gli ingressi.

Di nuovo la voce dal tetto.

- Benito, Carlos, che è successo?

Benito e Carlos non rispondono. Non risponderanno più a nessuno, a parte Satanasso. Risuonano altri due spari e dal tetto vola un corpo, che si abbatte nel cortile: il caporale doveva essersi spostato sul bordo per capire che cosa stava succedendo, quando Lázaro ha aperto la botola e gli ha sparato alla schiena. Ottimo. Rimangono Juan e Felipe. Incomincio a pensare che ce la faremo.

Sento che Lázaro toglie la sbarra, quella della porta nella terza stanza.

Mi sposto nella seconda camera, ma tengo d’occhio la finestra aperta nella prima. Da quel lato è difficile che arrivino: se c’era qualcuno di loro, di sicuro ha capito che cosa è successo e non uscirà allo scoperto. Ma dovevano sorvegliare anche le finestre e la porta che danno sul secondo cortile: di certo si erano divisi i compiti.

Lázaro mi raggiunge e mi sussurra:

- Tieni d’occhio la porta di là.

Mi indica la terza stanza. Io mi metto sulla soglia. Sento che armeggia nella prima stanza. Sta aprendo la porta. Che cazzo fa?

Intanto sento una voce da fuori, nel secondo cortile.

- Caporale! Ha sparato lei? Lo avete beccato?

Il tizio, Juan o Felipe che sia, deve aver capito che qualche cosa non funziona. Sento un’altra voce, qualcuno gli parla, sussurrando. Sono tutti e due da questa parte.

Lázaro torna. Ha un cadavere sulla spalla.

Quando mi raggiunge, gli sussurro:

- Sono tutti e due in questo cortile. Ho sentito le voci.

Lui risponde:

- Sali sul tetto.

Raggiungo la botola e salgo sul tetto. Mi avvicino con cautela al lato del secondo cortile, dove devono essere quei due figli di puttana.

In quel momento la porta sotto di me si apre e un corpo viene lanciato fuori. È quello che Lázaro portava in spalla. Lo sento dire, con una voce alterata:

- Eccolo!

Ora li vedo muoversi, con cautela. Si avvicinano, ma facendo in modo di non essere visibili dalla porta. Sono diffidenti, non hanno riconosciuto la voce e non vogliono esporsi. Non sospettano che io possa vederli dall’alto.

- Caporale, è lei?

Ora li vedo tutti e due. Sparo. Uno dei due si abbatte. L’altro ha un movimento che posso solo intuire, forse si porta una mano alla spalla e si volta. Prima che io spari ancora, sento un altro colpo e l’uomo stramazza al suolo: Lázaro lo ha abbattuto.

- Rimani dove sei, Osip. Io controllo che siano morti.

Non mi piace che Lázaro si assuma tutto il rischio, ma non è il caso di mettersi a discutere.

Vedo la sua sagoma massiccia apparire nel cortile e muoversi con cautela verso i due corpi. Si china sul primo e spara un colpo. Poi si china sul secondo e spara un altro colpo: senza stare a perdere tempo a controllare, ha completato l’opera.

Poi rientra e dopo un po’ sento altri tre spari dal lato del terzo cortile.

- Controllo completato. Scendi pure.

Il sistema di controllo di Lázaro mi sembra sicuro.

Io scendo. Lázaro è nella prima stanza. Non capisco che cosa stia facendo fino a quando non vedo la luce: ha acceso una lanterna.

Mi sorride.

- Direi che la prima parte è andata bene.

- La prima parte?

- Mi sembra che tu abbia degli amici che ti aspettano là fuori, no? Bisogna pensare anche a loro.

- Pensi di affrontarli? Sei fuori di testa.

- No, ho altre idee. Aiutami.

Usciamo nel terzo cortile.

- Togliamogli i vestiti.

Lo aiuto a spogliare i due corpi. Poi ognuno di noi ne afferra uno per le gambe. Li trasciniamo alla latrina principale e li gettiamo dentro. Una degna fine per loro

Facciamo lo stesso con il caporale e con Felipe.

Rimane solo più Juan. Lázaro dice:

- Juan ha più o meno la tua stazza. Va bene.

Anche a lui togliamo la camicia, gli stivali e i pantaloni. Poi Lázaro lo colpisce più volte in faccia con il tacco dello stivale. Sento il rumore delle ossa che si rompono. In breve la faccia è del tutto irriconoscibile. Credo di aver intuito che cosa vuole fare Lázaro. L’idea è buona.

- Meglio castrarlo. Loro l’avrebbero fatto.

Lázaro prende un coltello e taglia cazzo e coglioni a Juan. Glieli infila in quel che rimane della bocca.

Poi trasciniamo il cadavere nella scuderia.

- Domani lo portiamo fuori.

Lázaro rimane un attimo pensieroso, poi dice.

- Adesso possiamo metterci a dormire.

- Non arriverà più nessuno?

- Dei soldati no. Non prima di domani pomeriggio o, molto più probabilmente, dopodomani. Pensi che i tuoi amici possano venire a farci visita?

- I miei amici, come li chiami tu, di sicuro hanno sentito gli spari, ma escludo che decidano di attaccare la caserma nella notte. Probabilmente pensano che mi abbiate fatto fuori e aspettano domani per avere una conferma.

- Perfetto. Allora possiamo dormire in santa pace.

Torniamo nella prima stanza.

Lázaro mi guarda e chiede:

- Ti va bene se dormiamo insieme?

Non chiedo di meglio.

- Certo!

Lazaro accosta i due letti, poi mette i pagliericci di traverso, in modo che se ci mettiamo in mezzo, non rischiamo di separare con il nostro peso i due letti, rischiando di cadere.

Si spoglia e si stende.

Io lo guardo. Mi piace, mi piace moltissimo. Non è bello, neanche un po’, ma questo grosso toro villoso è il maschio che mi piace.

Anch’io mi spoglio e mi stendo accanto a lui..

Lázaro spegne la lampada. Al buio mi abbraccia. Sto bene così.

Lui chiede:

- Tu sai dove andare se arrivi negli Stati Uniti, vero?

- Certo.

- Là non corri più rischi?

- No, anche se credo che per le mie attività in Messico dovrò evitare quest’area, almeno per un po’.

- Lo credo anch’io.

C’è un momento di silenzio, poi io gli dico:

- Lázaro, tu che cosa conti di fare? Non puoi rimanere qui. Capiranno che li hai fatti fuori tutti.

- Veramente li hai ammazzati quasi tutti tu.

- Non cambia niente. Non puoi rimanere qui. Che conti di fare?

- Non lo so, Osip. In Messico non posso più vivere, questo è sicuro.

- Gli Stati Uniti sono vicini. Se tutto va bene, domani pomeriggio ci arriviamo.

- Non so una parola di inglese e non sopporto i gringos.

- Non li sopporti tutti? Non se ne salva nemmeno uno?

Il suo braccio mi stringe di più, mentre dice:

- Uno forse sì.

Rimaniamo un buon momento in silenzio. Nel buio, stretto contro di lui, sto benissimo. Gli dico:

- Vieni con me, Lázaro.

Lui non risponde subito. Dopo un momento chiede:

- E poi?

- Rimani con me, Lázaro.

Lui si solleva e al buio cerca la mia bocca. Ci baciamo.

 

È l’alba. So che dobbiamo alzarci: è meglio rimanere il meno possibile in questa fottuta caserma e prima raggiungiamo la frontiera, meglio è. Ma mi spiace lasciare questo letto, dove tra le braccia di Lázaro sto benissimo.

- Tu ti metti gli abiti di quel figlio di puttana di Galdos, il caporale.

Annuisco. Mi sembra sensato: da lontano crederanno che io sia davvero il caporale.

Lázaro ghigna e aggiunge:

- Così non devi metterti quella camicia lurida.

Io rido.

Ci vestiamo, poi leghiamo il cadavere di Juan per i piedi e attacchiamo la corda alla sella del mio cavallo. Lázaro sale sul suo cavallo, io su quello del caporale, che lego al mio. Lasciamo la caserma, dirigendoci verso la zona desertica a nord.

Gli uomini del Lobo di sicuro sono di vedetta, ma devono pensare che il cadavere sia il mio. Se verranno a controllare dopo che lo avremo mollato nel deserto, non potranno rendersi conto che si tratta di un altro: la faccia è una poltiglia.

Lo lasciamo dopo poche miglia. Sproniamo i cavalli e puntiamo verso la frontiera. Attraversiamo un territorio desolato, povero di vegetazione, sotto un sole cocente. Solo verso la frontiera si sono di nuovo alberi e arbusti.

 

Nel pomeriggio raggiungiamo il confine e lo superiamo. Arriviamo in un’area boscosa e qui ci togliamo le uniformi. Io indosso i miei abiti, Lázaro quelli di uno dei soldati. Verso sera guido Lázaro lungo un sentiero che conosco e che porta a una pozza d’acqua isolata.

- Possiamo fermarci qui per la notte

Lázaro annuisce. Io aggiungo:

- Direi che possiamo lavarci. Tu puzzi come un caprone.

- Tu credi forse di profumare come una puttana francese?

Ci spogliamo e entriamo in acqua. Lui mi spruzza acqua sulla faccia e io gli salto addosso e lo sbilancio, facendolo finire sotto, ma lui è più forte: si libera di me e mi mette la testa sotto. La tiene solo un attimo. Io riemergo e ridiamo tutti e due. Scherziamo ancora con l’acqua, poi ci laviamo. Dopo il calore di questa giornata, è una sensazione bellissima.

Ma il contatto tra i nostri corpi fa a tutti e due un effetto scontato.

Usciamo dall’acqua.

Io lo guardo e dico:

- Secondo me i coglioni li hai.

Lázaro mi guarda. Ha capito. Non sorride, sembra frastornato. Poi annuisce. Si appoggia a pancia in giù su una roccia, offrendomi il culo.

Ha un culo grosso e peloso, come mi piacciono. Mi chino su di lui, appoggio le mani sulle natiche e le divarico. Poi incomincio a passare la lingua lungo il solco. Lo faccio più volte, indugiando sull’apertura.

Sputo sul buco e spargo la saliva, poi inumidisco anche la cappella e premo contro l’apertura. Procedo piano, ma quando entro lui ha un guizzo e dice:

- Merda!

Esco e aspetto un momento, accarezzandolo. Poi riprovo. Questa volta non dice niente. Spingo molto piano e quando sono tutto dentro di lui sorrido e gli accarezzo la testa. Lo bacio sul collo.

Poi prendo a muovermi, piano. La sensazione di calore che mi trasmette il suo culo è splendida. Ogni tanto mi fermo: non voglio venire troppo presto.

Quando sento che ormai non manca più molto, passo una mano sotto il suo ventre. Il cazzo non è duro, ma non è nemmeno del tutto a riposo. La mia mano lo stuzzica, finché cresce e si tende. Lo afferro con tutte le dita e muovo la mano verso l’alto e verso il basso, mentre spingo più forte, con il cazzo.

Il piacere esplode e Lázaro grida, mentre anche lui viene:

- Osip!

Chiudo gli occhi.

Quando infine riesco a parlare, gli chiedo:

- Com’è stato, Lázaro?

Lui annuisce, senza dire niente. Solo dopo un lungo momento di silenzio, dice:

- Sono contento di averlo fatto, Osip. E spero di farlo ancora. Anche se… merda!, il culo mi fa un male cane.

Io sorrido.

- A me fa ancora male da ieri. È stata dura cavalcare.

- Pensavo che fossi abituato.

- Lo sono, ma tori come te non se ne trovano spesso. 

Lázaro scuote la testa.

- Grazie.

Rimaniamo in silenzio. Dopo un po’ gli dico:

- Rimani con me, Lázaro. Almeno il tempo di insegnarti l’inglese.

- Mi ci vorranno anni.

- Appunto.

 

2018

 

 

 

 

 

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